Province, un ente da sopprimere
L’articolo di Fabio Melilli su Il Centro del 4 aprile u.s. dal titolo “Province, l’utilità di un ente intermedio”, riapre una questione sfiorata appena dalla campagna elettorale. L’autore, presidente dell’Unione Province Italiane, intervenendo per una difesa non petita delle province, dimostra di temere che qualche forza politica possa minacciarne la sopravvivenza. Lo vorremmo tranquillizzare. Ci risulta che solo Berlusconi ha parlato di soppressione, ma il suo è sembrato solo un passaggio del discorso teso ad accattivarsi quella parte dell’opinione pubblica ormai insofferente di costi, sprechi e privilegi della politica e della pubblica amministrazione. Tutti o quasi tutti i politici sono consapevoli della inutilità delle province. Le competenze di questo ente territoriale potrebbero essere affidate ai Comuni e alle Regioni. Sono, infatti, sostanzialmente limitate all’edilizia scolastica di alcuni istituti superiori e a quella viabilità che l’Anas reputa meno importante. I migliori politici ne vorrebbero la soppressione, ma solo in interiore homine. Nessuno ama suicidarsi sfidando l’insurrezione delle città capoluogo. Per la generalità dei politici le province sono più che utili, sono indispensabili: assicurano reddito e carriera a migliaia di loro nonchè a una schiera di portaborse, consulenti, assistenti e occupazione a circa 60.000 burocrati. La questione province è antica, comincia con l’unità d’Italia. Minghetti prefigurava uno Stato senza province, articolato per autonomie regionali. Ma, per timore che il potere rischiasse di tornare alle reazionarie classi dirigenti locali preunitarie, si preferì governare dal centro tramite i prefetti. De Gasperi, nel primo discorso alla Camera del giugno 1921, criticò, scandalizzato, la moltiplicazioni degli impiegati e la lievitazione delle spese nella sua provincia di Trento italiana rispetto alla Trento austriaca. Nel secondo dopoguerra, la soppressione fu decisa dalla Commissione dei 75, ma respinta dall’Assemblea Costituente. Nel ’70 , con l’istituzione dell’ordinamento regionale, un grande politico di un piccolo partito, Ugo La Malfa, si battè per l’abolizione delle province per ridurre le spese e non creare superfetazioni burocratiche. Con lui Enrico Berlinguer. Anche nella Bicamerale diretta da D’Alema si discusse seriamente dell’abolizione. Recentemente, Gianfranco Fini ha sostenuto che le province “servono solo al ceto politico, dovrebbero essere abolite.” L’elenco di coloro che hanno avuto il coraggio di dichiararlo apertis verbis comprende il presidente del Friuli Riccardo Illy, il demoproletario Franco Russo, i diessini Augusto Barbera, Cesare Salvi, Massimo Villone, il presidente di Roma Metropolitane, Chicco Testa, i giornalisti Sergio Rizzo, Mario Cervi, Nicola Porro, Gian Antonio Stella. Quest’ultimo scrive, ironicamente:” Guai a dire che sono superflue, saltano su tutte le furie come le beate vergini a difesa dell’onore.” Nessuno dei Paesi simili al nostro è articolato per province. In Francia, i Dipartimenti hanno una dimensione analoga alle province ma si collocano fra i Comuni e lo Stato. In Germania, le uniche realtà sotto lo Stato federale sono i Lander e i Comuni. In Gran Bretagna, le Contee hanno carattere tecnico-amministrativo e non politico. Analogamente negli USA, dove le stesse hanno competenze giudiziarie o di polizia. In Italia, le province, invece di abolirle, si aumentano. E’ tutta una corsa alla provincia: non c’è cittadina che non abbia il suo comitato di lotta e il suo parlamentare di riferimento. Erano 92 nel 1960, sono passate a 110 del 2005. Solo durante l’ultima legislatura le proposte presentate sono state 40 e, forse, solo la brevità della stessa ne ha impedito il varo di nuove. Nel 2002, in un solo colpo, la Sardegna ne ha istituite quattro. Regione a statuto speciale, non ha nemmeno chiesto l’autorizzazione al Governo e al Parlamento. A nulla è valso il ricorso di palazzo Chigi alla Corte Costituzionale. Scrivono Rizzo e Stella: “Il punto è che le province sono un formidabile serbatoio di poltrone: 104 presidenti più 104 vicepresidenti più 894 assessori più 104 presidenti delle assemblee consiliari più 3000 consiglieri per un totale di 4206 persone”. Guadagnano dai 36 euro a gettone di presenza per i consiglieri delle province più piccole alle 4.531 per gli assessori e ai 7.000 per i presidenti delle più grandi. Solamente le cariche elettive ci costano 120 milioni annui. Gli stipendi dei dipendenti 2 miliardi di euro, senza contare le spese per uffici, telefoni, macchine. Per la Corte dei Conti, dal 2000 al 2005 la spesa totale gestita è passata da 10 miliardi a 17. In conclusione, la soppressione delle province comporterebbe un risparmio di 17 miliardi, il personale potrebbe essere utilizzato diversamente e si farebbe a meno di una classe politica del tutto superflua. Viene in mente l’ammonimento sempre attuale di Max Weber:” Un sistema democratico non regge se tutti vivono di politica e nessuno per la politica”.
Ezio Pelino
'Province, un ente da sopprimere' ha ricevuto 1 commento:
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lunedì 7 aprile 2008 ore 18:28 - Permalink al commento
ho smesso di credere alla befana che avevo 8 anni, perchè il mio vicino di casa, e compagno di scuola di mio fratello, Francesco mi disse brutalmente la cruda verità!!!!!!!
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