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Panfilo Serafini, un eroe dimenticato
Anche l’Abruzzo, anche Sulmona, ha avuto un eroe della più pura tradizione risorgimentale come Silvio Pellico. Si chiamava Panfilo Serafini, era anch’egli un intellettuale. Fu condannato dalla borbonica Gran Corte Speciale di Aquila, il 21 marzo 1854, “ alla pena di anni venti di ferri, alla malleveria di ducati duecento per dar sicurtà di sua buona condotta per anni tre dopo aver espiata la pena, all’ammenda di ducati cento, ed alle spese di giudizio”. Aveva trentasei anni. Scontò la pena prima nel bagno penale di Montefusco, in squallide celle ricavate dalla roccia, umidissime, fredde e buie. Solo un qualche barlume penetrava dalle feritoie. Ma la tortura più feroce era la catena lunga circa quattro metri, pesante più di quindici chili, che serrava la caviglia e legava a due a due i carcerati. Poi a Montesarchio e, infine, all’ergastolo di Procida. Per cinque interminabili anni. Le lettere dal carcere testimoniano le sofferenze inenarrabili, i continui ascessi causati dai ferri alle caviglie, l’ammalarsi di tisi e i frequenti sbocchi di sangue. Ma fu distrutto nel fisico, non nello spirito se riuscì a scrivere in carcere un saggio “Sul Canzoniere di Dante”, senza peraltro disporre del testo, che gli fu sempre negato. Passò “la sua vita – scrisse Benedetto Croce – fra triboli e dolori. Quale che sia il valore scientifico e letterario degli scritti di Panfilo Serafini, c’è qui una pagina che egli non scrisse con la penna ma col miglior sangue del suo cuore, e che con la penna trascrissero poi i magistrati che lo condannarono”. Grazie alla temperie della II guerra d’indipendenza e all’accelerazione del processo unitario, fu graziato il 29 agosto del ’59, e assegnato al domicilio coatto sotto sorveglianza in una località che non fosse quella di origine. Andò a Chieti. L’anno successivo Garibaldi, spazzando il regime borbonico, lo liberò definitivamente. Il sogno, il suo sogno dell’Italia unita, libera e indipendente, si era realizzato. Vi aveva speso la vita. La sua gioia non poteva che essere grande, ma nessuno dei nuovi uomini al potere si ricorda di lui. E’ tempo di grandi mutamenti, in cui anche tanti opportunisti, tanti cinici voltagabbana, tanti aventurieri saltano sul carro del vincitore. E’ il tempo dei sempiterni gattopardi che fanno che tutto cambi perché rimanga tale e quale. Sul finire del 1860 - si era appena conclusa l’epopea garibaldina - un suo compagno di carcere, il Duca Sigismondo Castromediano, lo riconosce alla luce di un lampione, al Largo Mercatello di Napoli, in un uomo che giace supino sul lastricato. Era svenuto, per fame. Gli offrono un posto da inserviente o di custode presso la biblioteca pubblica. Rifiuta. Torna a Sulmona, dove finalmente ottiene qualche modesto riconoscimento: ricopre l’incarico di assessore comunale, presiede una nuova società operaia. Ma sollecitato dagli amici a presentarsi candidato per l’VIII legislatura alla Camera dei deputati, nel collegio di Popoli, viene sconfitto. Ebbe di che vivere dall’ospitalità generosa di un amico fraterno, il dott. Giuseppe Di Rocco, che aveva preso ad aiutarlo dal tempo della detenzione. Per avere l’autorizzazione a scrivergli, Serafini nelle lettere a lui rivolte – e sono le più numerose – lo fa credere un parente e lo chiama zio. Nella sua casa lo colse la morte l’11 novembre del 1864. Aveva anagraficamente solo 47 anni. Anche per lui è la riflessione di Atto Vannucci:”I frutti della libertà di cui godiamo, furono coltivati sul nostro suolo con lunghi e mortali dolori”. Oggi che alcune forze politiche vorrebbero distruggere quello che il Risorgimento ha costruito e che nel sud non mancano nostalgie borboniche, è utile non solo storicamente ma anche politicamente ricordare personaggi come Serafini. Serafini, come il Pellico, non era accusato di fatti di sangue, ma di attività intellettuale eversiva. Gli si attribuiva un sonetto affisso nel 1848 nel giorno di S. Panfilo, un manifestino dal titolo “Protesta del popolo napoletano”, stampato dalla locale tipografia Angeletti e affisso nella notte 14-15 maggio 1853 sulla porta di casa del sindaco, uno scritto critico sulla teocrazia romana e la detenzione di libri proibiti. Sul sonetto attributo dalla Gran Corte Speciale a Serafini e tale ritenuto da tutti gli studiosi sulmonesi, il Croce ha sostenuto che, sulle testimonianze che ha potuto raccogliere, il sonetto sarebbe stato scritto da Leopoldo Dorrucci, un altro dotto liberale cittadino. Se così fosse, Serafini acquisirebbe un ulteriore impareggiabile merito, quello di non aver tradito un amico fino a scontare per lui la pena. “E’ trascorso quasi mezzo secolo dalla morte di Panfilo Serafini; ma il ricordo di lui, delle sue parole e azioni, di tutta la sua persona, è ancora così vivo e popolare tra i suoi concittadini come se egli si fosse dipartito da essi pur ieri. Il nome di Serafini si pronuncia con venerazione fra i paesani, con orgoglio e vanto ai forestieri”, così scriveva, nel 1913, Benedetto Croce. A distanza di un secolo non è più così. Per i sulmonesi di oggi è uno sconosciuto. Sempre il Croce ci informa che i sulmonesi di Filadelfia avevano raccolto il denaro per ristampare le opere del Serafini e per “porgli un monumento nella città natale”. La ristampa ci fu, ma è con tristezza che dobbiamo domandarci dove sono finiti i soldi per il monumento, che avrebbe assicurato la memoria del nostro concittadino. Rimangono a ricordarlo solo la tomba nella chiesa dell’Annunziata, dove fu traslato nel 1881, molti anni dopo la morte e il suo ritratto postumo oggi custodito nella pinacoteca comunale, opera di un altro grande abruzzese, Teofilo Patini. Il Patini voleva che fosse “collocato in una delle migliori sale comunali perchè il soggetto di questo mio quadro è degno di un culto cittadino”. Ritrae, infatti, la figura nobile di un Padre della Patria. E’ in piedi, al centro del quadro, austero e risoluto, la destra chiusa a pugno sul tavolo, la sinistra regge un libro, la fronte alta e prominente, lo sguardo, acuto e penetrante, guarda lontano. Perché non rispettare, finalmente, il desiderio del Patini e onorare Serafini collocando il suo ritratto nella sala Consiliare del Comune di Sulmona?
Ezio Pelino
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'Panfilo Serafini, un eroe dimenticato' ha ricevuto 1 commento:
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Giovedì 11 Settembre 2008 ore 11:35 - Permalink al commento
Ottimo articolo, condivisibile dalla prima all’ultima parola.
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