Le elezioni e la sfiducia degli abruzzesi

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Gli abruzzesi sono sfiduciati. Come e più di tutti gli italiani. Alla crisi finanziaria ed economica, alla disoccupazione crescente si aggiunge lo squallido spettacolo della politica regionale. Difficile rianimare speranze appena tradite. L’amministrazione Del Turco, che aveva stravinto le elezioni è finita nel modo più ignominioso. L’ultimo atto di una politica dissennata che inizia con il gasparismo, miscela propulsiva di clientelismo e di sprechi, fra i quali quello di un ospedale per ogni campanile, che continua con la impunita Tangentopoli del governo Salini, con il lungo regno di Del Colle, fino alla gestione dell’avventuroso team Domenici-Masciarelli-Trozzi sotto il governatore Pace. Scrive Piero Giampietro nel suo documentatissimo libro fresco di stampa, “Malabruzzo”:” […] il mare della Sanità, ingrossato a forza da ospedali campanile a causa del gasparismo, diventa un affluente per le case di cura private. Iniziano i rimborsi a piè di lista: esiste una convenzione, ma se la casa di cura va oltre le cifre pattuite, la regione rimborsa ugualmente.” Il cittadino è venuto maturando, e non poteva essere diversamente, la convinzione che si sia andato costruendo, nel tempo, “un sistema di corruzione e tangenti fondato da un intreccio perverso tra politica, cliniche private e banche. Milioni e milioni di rimborsi gonfiati e leggi vantaggiose”. Il disavanzo della Sanità è fuori controllo, sembra che abbia raggiunto i 294 milioni di euro, ma manca la certificazione ufficiale. Le aziende sanitarie locali hanno superato un miliardo di debiti, ma c’è chi sostiene che siano due miliardi e oltre. Si paventano nuove tasse oltre a quelle già onerose in vigore sull’Irpef di tutti noi: “una pressione fiscale superiore a quella imposta in altre regioni” denuncia allarmata la Confesercenti. Ma la sfiducia non nasce solo dalla Sanità. E’ tutta la spesa regionale che è fuori controllo, sotto il segno dello scialo, del privilegio, dello spreco. La Regione spende duecento milioni annui, quasi quattrocento miliardi di lire, per un casta popolosa e lautamente pagata, fatta di consiglieri regionali e di amministratori degli enti strumentali e delle società partecipate. Una spesa insostenibile. I politici hanno promesso riforme virtuose. Non per le loro indennità, le più alte d’Europa, né per quelle degli amministratori, ma per ridurre il numero degli enti e dei membri dei consigli. Era il 5 dicembre 2006, quando Il Consiglio Regionale in seduta straordinaria prese il solenne impegno. Dopo due anni non se n’è fatto niente. Inutilmente il giornalista Stella e tanti altri hanno denunciato i privilegi della casta, ma l’argomento è già passato di attualità nella smemoratezza dei tempi. Sono ottantasei, diconsi 86, gli enti regionali, le società partecipate, i comitati, le commissioni, i consorzi, le consulte, le aziende, i collegi sindacali, i sindaci revisori dei conti. Un esercito di presidenti, vicepresidenti, direttori, consulenti, tecnici, periti, legali: 3500. Occorrono 250 sedi per ospitarli. Una oligarchia di funzionari di partito e di faccendieri gestisce posti di potere, controlla clientele e carriere, clona enti, non per servire la collettività ma per dare sistemazione a famigliari e amici. Meritocrazia, competenza e onestà poche o nulle. Un commissario straordinario guadagna 6.456 euro, solo due-trecento euro meno di Sarkozy e di Zapatero, il presidente di società partecipata 5.253, più dello Zar Putin che ne percepisce solo 4250, mentre 4.041,15 euro vanno al presidente di enti strumentali e 3.172,14 ai consiglieri. Per non parlare dei presidenti regionali di giunta e di consiglio che percepiscono 13.531 euro fra indennità e diaria, e dei consiglieri regionali con compensi di 10.274 euro. Pagati così per portare la Regione alla bancarotta. Ma il privilegio più inconcepibile e assurdo è la pensione dopo un solo mandato quando il cittadino deve faticare una vita. Da un minimo di 3.000 euro dopo un mandato fino a 6000 dopo tre mandati e così via a crescere, con diritto alla reversibilità per la famiglia e alla buona uscita.

La politica è una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai partiti. Le spese e i debiti della politica costituiscono un pozzo senza fondo. Il sistema è malato e affonda le sue radici lontano nel tempo. Nessuno dei due schieramenti ha brillato per buona amministrazione. Ad ogni elezione, come in un rito, ci promettono il buon governo. Se li si critica, ti accusano di qualunquismo. Ci vorrebbero solo far tacere. Ma non serve continuare a lamentarci. L’unica arma che ci resta è il referendum sui costi della politica. Il gruppo di Pio Rapagnà si sta muovendo. La raccolta delle firme già iniziata è stata sospesa a causa delle elezioni. Riprenderà quanto prima. C’è da sperare che questa volta i cittadini non facciano mancare il numero necessario delle 25.000 firme. Sarebbe il primo referendum di ambito regionale di tutta la storia della Repubblica italiana. Potrebbe finalmente sopprimere una serie di enti inutili, riformarne altri, abolire gli sprechi e i costi impropri della politica. Con il vantaggio di abbassare le tariffe dei servizi pubblici e le tasse regionali, eliminare i ticket compensativi dei debiti accumulati, liberare capitali da investire nei settori produttivi per il rilancio dell’economia. Solo il popolo che si riprende il suo potere tramite un referendum può dare attuazione a quel proponimento del 5 dicembre 2006 del Consiglio regionale, i cui buoni propositi conoscono solitamente la via dell’inferno.

Ezio Pelino



'Le elezioni e la sfiducia degli abruzzesi' ha ricevuto 1 commento:

  1. Unregistered
    Mario Franco Basilico
    Domenica 9 Novembre 2008 ore 18:03 - Permalink al commento

    Ma, veramente pensi che con i referendum si possono risolvere questi problemi?
    Fra pochi giorni andrete a dare il consenso a hi ce li creerà, sento tanti che si insultano che quel candidato è migliore dell’altro; chi bisognerebbe uccidere prima: l’elettore o l’eletto in paradiso?

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