Abruzzo minerario


Per coloro che ancora non prendono consapevolezza, ecco un altro campanello d’allarme.
Dopo il piano triennale dello sviluppo economico che indica l’Abruzzo regione petrolifera, dopo le affermazioni di Scaroni, che addirittura vorrebbe utilizzare le piattaforme petrolifere in Adriatico per rimettervi la co2, dopo altri innumerevoli segnali che abbiamo ripetutamente indicato, ecco un’altra dichiarazione interessante: il Direttore generale exploration & production dell’Eni Descalzi parla dell’Abruzzo.

Siamo l’Obiettivo, infatti non contano niente: le Direttive Comunitarie, la tutela del paesaggio ( art. 9 Costituzione Italiana), le innumerevoli leggi nazionali (n .108 16 marzo 2001 ) e regionali (art. 68) la tutela della salute e delle economie locali, tutto deve essere cancellato anche il principio democratico Costituzionale dell’art 117, che prevede che le Regioni abbiano potere di legislazione concorrente sul governo del territorio, sull’ordinamento della produzione, trasporto e distribuzione dell’energia, per l’Eni tutto deve essere sacrificato per i loro utili.

Peccato che non si parli mai dei rischi alla salute, all’ambiente, all’economia, si parla solo di Business.

D’accordo allora facciamo due conti: quando costa un bambino con la leucemia (leggete l’analisi del Mario Negri sud e capirete) quanto costa il decadimento della qualità della vita che dovremo subire in un eventuale sciagurato Abruzzo petrolifero, quanto costa il danno d’immagine per la nostra Regione, quanto costa la svalutazione di tutti i patrimoni immobiliari, quanto costa il fatto che interi settori economici saranno ridotti alla miseria, quanto costerà il successivo ripristino dei territori.
Chi paga? Sempre noi, a loro gli utili a noi i danni, equo no ?

Nell’intervista leggerete delle menzogne ed idiozie senza pudore, si parla di royalties che non bastano neppure a ripagare le multe del protocollo di Kyoto, si parla di piattaforme petrolifere all’Estero, bene, ma non si dice quanto pagano all’estero e che le petrolifere devono stare a diverse decine di chilometri dalla costa, si parla di ingenti investimenti, di chi????? Nostri naturalmente, poiché alcune attività petrolifere vengono finanziate da noi, singolare vero? E’ come fornire l’arma a colui che ti vuole offendere.

Leggete bene, leggete tra le righe…..
Inoltre allego un sunto dello studio del MNS.

Nino Di Bucchianico

 

Petrolio: Descalzi, sotto l’Italia ‘tesoretto’ da 230 mld

Il sottosuolo italiano nasconde un “tesoretto” da 230 miliardi di euro tra petrolio e gas.
16 novembre 2008 alle 14:44 — Fonte: repubblica.it

Lo sottolinea, in un’intervista al Corriere della Sera, il presidente di Assomineraria Claudio Descalzi. “Abbiamo, come Italia, notevoli riserve che potrebbero essere messe in produzione dopo il 2012 — spiega Descalzi -. Per svilupparle, lo Stato dovrebbe lanciare un progetto ad hoc, dotandolo di adeguate risorse, finanziarie e umane”. Finora però, secondo il presidente di Assomineraria, sono mancate “consapevolezza e focalizzazione”. L’operazione necessiterebbe di “grandi investimenti”, ma porterebbe “grandi risultati”, prosegue Descalzi. L’Italia è, infatti, “il quarto paese dell’Ue per riserve accertate dopo i paesi del Mare del Nord”, disponendo “di 130 miliardi di metri cubi di gas provati e altri 120-200 miliardi potenziali, valutabili tra 75 e 100 miliardi di euro”.

A questi vanno aggiunte poi “riserve di petrolio provate di 840 milioni di barili e potenziali tra i 400 milioni di barili e un miliardo”, per un valore che oscilla tra i 90 e i 130 miliardi di euro. “Ma non finisce qui — rileva il presidente di Assomineraria — perché si metterebbe in movimento anche tutto l’indotto, e lo Stato incasserebbe il 7% di royalties e il 40% di tasse”. Ad essere interessate diverse regioni italiane: Sicilia, Emilia-Romagna, Puglia, in parte Calabria e Abruzzo, Basilicata, Piemonte, Lombardia e Molise. “Quando si passa al rapporto con le regioni, però — conclude Descalzi — non è possibile che le strategie energetiche di un paese non siano uniformi, né da un punto di vista progettuale né burocratico-amministrativo. È questa la causa dei blocchi dei rallentamenti e delle incomprensioni fra le parti”.

«Gas e petrolio sotto l’Italia»

In prima linea Marche e Emilia, ma pure Sicilia, Puglia, Calabria e Abruzzo.
ENI: serve un piano nazionale, aiuta anche gli enti locali.
Ma la verità è ben altra.

16 novembre 2008 – Stefano Agnoli | Fonte: Corriere della Sera

MILANO — Il vero «tesoretto» italiano? Quello che sta nel sottosuolo, petrolio e gas che valgono 230 miliardi di euro. Un patrimonio che permetterebbe di aumentare del 40% l’anno l’attuale produzione nazionale, senza contare le ricadute in termini industriali e gli incassi per il Fisco.

Ad assicurarlo è Claudio Descalzi, neodirettore generale Exploration and Production dell’Eni. Ma quando parla di «risorse nazionali », però, Descalzi si mette sul capo il cappello da presidente di Assomineraria, l’associazione confindustriale delle industrie minerarie e petrolifere.

Se quelle sono le cifre c’è da meravigliarsi che di questi tempi lo Stato, legittimo proprietario di quei beni, non vi abbia già messo gli occhi sopra. Come mai?

«Abbiamo, come Italia, notevoli riserve che potrebbero essere messe in produzione dopo il 2012. Credo che finora siano mancate consapevolezza e focalizzazione: per svilupparle lo Stato dovrebbe lanciare un progetto ad hoc, dotandolo di adeguate risorse, finanziarie e umane. Sarebbe un’operazione con grandi investimenti ma anche con grandi risultati».

Quali, proviamo a fare qualche cifra?

«L’Italia è il quarto Paese dell’Ue per riserve accertate dopo i Paesi del mare del Nord. Dispone di 130 miliardi di metri cubi di gas provati e altri 120-200 miliardi potenziali, valutabili tra 75 e 100 miliardi di euro».

Poi c’è il petrolio…

«Certo. Anche qui abbiamo riserve provate di 840 milioni di barili e potenziali tra i 400 milioni e un miliardo. Altri 90-130 miliardi di euro. Se poi ci mettiamo l’alto Adriatico, dove dal 2002 tutto è fermo, ci sarebbero più di 34 miliardi di metri cubi di gas, altri 10-12 miliardi di euro. Vogliamo un termine di paragone? Nel 2007 l’Italia ha consumato circa 1,7 milioni di barili al giorno di petrolio e in tutto l’anno 83 miliardi di metri cubi di gas. Ma non finisce qui, perché si metterebbe in movimento anche tutto l’indotto, e lo Stato incasserebbe il 7% di royalties e il 40% di tasse».

Sembrerebbe tutto facile, eppure il Veneto di Giancarlo Galan, tanto per fare un esempio, non ne vuole sentire parlare…

«Ci sono altre zone come l’Emilia e le Marche dove si lavora bene e c’è la certezza dei tempi».

E nelle altre?

«In Basilicata l’accordo del ’98 ancora non è operativo, e dieci anni per sviluppare un campo sono troppi. Diciamo che nel paragone internazionale, dove un progetto parte in 3-4 anni, l’Italia non brilla certo per rapidità d’esecuzione. Comunque in Basilicata c’è volontà di fare: l’obiettivo è costituire un “hub” energetico come a Ravenna».

In sintesi quali aree sarebbero interessate?

«Sicilia, Emilia-Romagna, Puglia, in parte Calabria e Abruzzo, e poi Basilicata, Piemonte, Lombardia e Molise. Quando si passa al rapporto con le Regioni, però, non è possibile che le strategie energetiche di un Paese non siano uniformi, né da un punto di vista progettuale né burocratico- amministrativo. È questa la causa dei blocchi, dei rallentamenti e delle incomprensioni fra le parti. È qui che c’è una separazione netta, una discontinuità. Un progetto industriale non può essere demandato a due soggetti separati che non hanno le stesse competenze e non parlano lo stesso linguaggio».

Eppure, a livello locale e in particolare al Sud, vi accusano spesso di depredare le ricchezze del territorio, di incidere poco sullo sviluppo e poi di andarvene…

«Non è così. La maggior parte delle royalties rimangono proprio sul territorio, e parliamo di circa 260 milioni di euro l’anno tra Stato, Regioni ed enti locali. E poi un campo petrolifero ha almeno una ventina d’anni di vita utile».

In Adriatico invece c’è la questione subsidenza. Trivella, trivella e il fondale scende… E in genere c’è anche un rischio ambientale, non crede?

«La subsidenza è un fenomeno più che controllabile e limitato, e può essere bloccata. In Olanda e Norvegia è monitorata e la produzione di idrocarburi va avanti senza problemi. Lo stesso vorremmo fare noi con un progetto pilota situato oltre il limite delle 12 miglia dalla costa con il quale verificare e controllare l’eventuale fenomeno. Quanto a quello che chiama rischio ambientale, in Italia ci sono 770 pozzi in produzione ma non c’è stato nessun incidente serio negli ultimi 15 anni».

Ma ha senso «bruciarsi» le ultime risorse disponibili? Non sarebbe meglio conservarle come extrema ratio?

«Fino a che non c’è un piano e fino a che non lo si mette in atto è come non possederle. Un barile “italiano” ha una finestra di costi globali, considerando anche le tasse, di circa 20-30 dollari, ma per un Paese che dipende dall’estero per l’85%, l’uso di risorse nazionali diventa strategico. E il rilancio del petrolio e gas italiano può servire a “traghettare” il sistema energetico fino a quando partirà il programma nucleare del governo».

E ovviamente l’Eni farebbe la parte del leone…

«È ovvio che l’Eni sarebbe interessata, sarebbe anormale il contrario. Ma lo sarebbero anche altre aziende italiane e internazionali e soprattutto sarebbe un grandissimo beneficio per lo Stato».

Sintesi dello studio Mario Negri sud, sul Centro Petroli.

CONSORZIO MARIO NEGRI SUD
Centro di Scienze Ambientali

A fronte di un danno certo che investe la sfera economica, la presenza del centro di trattamento potrebbe costituire una fonte di potenziale danno ambientale per il comparto agricolo della zona, in particolare per quelle aree sulle quali si prevede una maggiore ricaduta delle emissioni.
Prescindendo da possibili avarie nel processo produttivo, che rappresenterebbero un pericolo per l’ambiente, le sostanze che a regime verranno immesse in atmosfera sono essenzialmente anidride solforosa, ossidi di azoto, monossido di carbonio, composti organici volatili e particolato (con prevalenza delle frazioni fini, emesse da impianti che producono energia tramite la combustione di gas). Nel caso in esame, gli effetti non deriverebbero tanto da fenomeni acuti, quanto da esposizione protratta nel tempo (cronica) agli agenti inquinanti.
L’inquinamento da biossido di azoto viene considerato di minore importanza rispetto a quello causato dall’anidride solforosa, in quanto provoca dei danni alla vegetazione solo a concentrazioni molto più alte della SO2.
Per quanto riguarda invece gli effetti del CO, essi sono di non facile valutazione a causa della mancanza di studi effettuati su questo particolare agente inquinante……
Dalle simulazioni della ricaduta degli inquinanti riportate in questo documento, si osserva che le aree interessate dalla ricaduta del pennacchio oscillano dai 20 ai 25 ha, con concentrazioni ovviamente variabili. L’azione dannosa si traduce, quindi, in una serie di fenomeni di difficile determinazione quantitativa, articolati in un lungo lasso di tempo ed esprimibili in termini generali come riduzione della capacità e della velocità di assorbimento, di scambio, di elaborazione e di traslocazione delle sostanze nutritive e dei gas, fenomeni che si ripercuotono sulla produttività quantitativa e qualitativa delle colture vegetali……

Nel lungo termine, il fenomeno potrebbe comportare un effetto sia sulle colture sia sull’ecosistema dell’area, con ulteriori ricadute economiche nel medio-lungo periodo.…..

Valutazione dei possibili danni alla salute pubblica

Le concentrazioni stimate degli inquinanti nell’aria ambiente dovuti alle emissioni dell’impianto non sono tali da provocare effetti acuti sulla salute pubblica. Tuttavia, possibili impatti potrebbero derivare dall’esposizione cronica agli agenti inquinanti, con particolare interessamento dei soggetti più a rischio, quali anziani e bambini.

Esistono numerosi studi epidemiologici che correlano i fattori di rischio ambientale agli effetti sulla salute umana.
Ferma restando l’influenza dei parametri meteoclimatici sulla persistenza o sulla dispersione in atmosfera di determinate molecole (la pioggia contribuisce a “pulire” l’aria, la nebbia assorbe alcune sostanze inquinanti, il forte irraggiamento solare contribuisce in maniera determinante alla formazione di smog fotochimico), in linea generale il biossido di zolfo, per lunghe esposizioni (come potrebbe essere il caso in esame) altera la funzionalità respiratoria, e in tal caso gli asmatici sono i soggetti più a rischio.

Esposizioni protratte agli ossidi di azoto possono causare alterazioni della normale funzionalità respiratoria, soprattutto in soggetti asmatici.
Il monossido di carbonio è un gas letale ad alte concentrazioni (a causa della sua alta affinità con l’emoglobina può inibire il trasporto di ossigeno), ma a concentrazioni basse, come quelle in esame, può diminuire la resistenza allo sforzo fisico ed abbassare le difese immunitarie. Anche sul particolato atmosferico esiste una vasta bibliografia.
I diversi studi concordano nel ritenere le frazioni più fini (PM2.5, ossia polvere con particelle di diametro inferiore ai 2,5 ìm) le più pericolose, in quanto penetrano direttamente nel circolo ematico. Il PM2.5, che rappresenta circa il 70% del PM10, è prodotto principalmente dai processi di combustione. Inoltre, queste sono veicolo per altre sostanze, come gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), i metalli pesanti (cromo, cadmio, piombo, mercurio, ecc) e l’amianto, tutte sostanze variamente tossiche, mutagene e cancerogene. Le PM10 sono invece irritanti per l’apparato respiratorio, anche a concentrazioni relativamente contenute.

Fra le sostanze emesse vi sono i composti organici volatili (COV). Si tratta di una vasta categoria di inquinanti aeriformi di cui fa parte il benzene, riconosciuto cancerogeno per l’uomo, per cui non è possibile definire una soglia sotto la quale non si hanno effetti sulla salute, analogamente ad alcuni IPA.

Secondo l’OMS, il rischio aumenta all’aumentare dell’esposizione: un individuo esposto ad una concentrazione atmosferica di 1 mg/m3 ha una probabilità su 250.000 di sviluppare una leucemia. Dai dati a disposizione, comunque, questa concentrazione non verrebbe raggiunta nell’area in esame. Ciò che, comunque, resta ancora da accertare è l’effetto delle miscele dei vari inquinanti citati.

La somma delle diverse concentrazioni e la reciproca interazione delle molecole possono costituire fattore di rischio ulteriore nel lungo periodo.

Ulteriori fattori di pressione ambientale

Oltre a quanto suesposto, la struttura in progetto sarà inevitabilmente fonte di pressione ambientale derivante da una serie di attività connesse al suo funzionamento e alla sua gestione.
Fra queste ve ne sono due degne di attenzione:

– produzione di rifiuti;
– inquinamento da traffico indotto.

Secondo lo studio d’impatto ambientale, (Documentazione integrativa sulla produzione di rifiuti dall’attività di perforazione) la struttura, comprensiva dei pozzi di estrazione e del pozzo di reinietto, durante le operazioni di perforazione e/o produzione e di ripristino postazione, produrrà rifiuti classificabili tra i seguenti:

– Rifiuti di tipo urbano;
– Rifiuti derivanti dalle attività di prospezione (fango in eccesso, detriti intrisi di fango);
– Rifiuti speciali provenienti dallo smantellamento delle opere civili al termine delle attività di perforazione;
– Acque reflue.

(ndr: la tabella è stata omessa perchè non risulta leggibile)

La quantità totale ammonta a circa 4.100 ton/anno, ed è desunta da dati storici in possesso di ENI S.p.A. derivanti dalla perforazione di pozzi profondi (oltre 4000 metri); si tratta dunque necessariamente di una stima di massima. Si può comunque osservare che fra questi rientrano rifiuti pericolosi e contenenti cloruri e barite.
Le operazioni di trasferimento dello zolfo liquido prevedono il transito di due autocisterne al giorno. Anche se all’apparenza trascurabile, quest’attività, insieme a quella dovuta al transito delle auto del personale che andrà ad occupare la struttura, costituirà una fonte di inquinamento aggiuntivo.
Utilizzando i fattori di emissione medi derivanti dal metodo COPERT dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, si può eseguire una stima di massima della CO2 che verrà emessa dal traffico che interesserà la zona.
Considerando che le autocisterne percorreranno circa 15 Km al giorno per 240 giorni lavorativi all’anno per raggiungere l’autostrada o l’area del porto, che le auto del personale ammonteranno a 15 unità, ciascuna delle quali percorrerà una media di 20 Km giornalieri, si può stimare un impatto equivalente a circa 23,5 ton/anno di CO2 emessa.

L’impianto nel suo complesso, considerando tutti i punti emissivi che funzionano in continuo (24 ore al giorno per 365 giorni) è, come già visto, fonte di emissioni di sostanze inquinanti in atmosfera.

CONCLUSIONI

In esito ai quesiti che in data 2 ottobre 2007 il Consiglio Provinciale di Chieti, con Delibera C.P. n. 94, ha posto a questo Consorzio in merito alla realizzazione del Centro Oli Miglianico in loc. Feudo di Ortona, si riassumono le seguenti considerazioni.

Per definizione, dati i termini di tempo assegnati, e la tipologia delle domande, il rapporto si è potuto basare solo su dati già disponibili a livello delle diverse fonti istituzionali d’informazione. L’insieme di questi dati è stato analizzato secondo tecniche e criteri parzialmente alternativi e complementari a quelli disponibili nel progetto ENI, così da verificare (secondo quanto previsto in qualsiasi procedimento scientifico) il grado di coerenza, riproducibilità, affidabilità delle indicazioni fornite da due approcci tra loro indipendenti.

Dal punto di vista della diffusione e ricaduta al suolo degli inquinanti, si è constatato come le stime effettuate, per le motivazioni indicate nel paragrafo 3.1, differiscano da quelle predisposte nello studio d’impatto ambientale. In particolare, le concentrazioni massime della ricaduta al suolo di anidride solforosa (SO2), di monossido di carbonio (CO) e di ossidi di azoto (NOx) sono rispettivamente superiori fino a 5, 15 e 20 volte i corrispettivi valori stimati nel citato studio d’impatto ambientale.
Tali concentrazioni, comunque, rientrano nei limiti imposti dalle norme vigenti per quanto attiene la protezione della salute umana.

Per determinati scenari predittivi, tuttavia, sono stati riscontrati casi di possibile superamento dei limiti per quanto riguarda la protezione degli ecosistemi e della vegetazione, seppure in porzioni limitate dell’area interessata dall’intervento.

Si sottolinea come alle conclusioni suesposte si sia pervenuti utilizzando i dati di ventosità rilevati nella stazione ENAV di Pescara nel periodo 1984-1991, gli stessi utilizzati da ENI nello studio d’impatto ambientale. Le conclusioni suesposte potrebbero ulteriormente variare qualora si disponesse dei dati di ventosità aggiornati e specifici per l’area in esame, raccolti continuativamente per un periodo di tempo adeguato (l’ideale sarebbe 12 mesi). Pertanto, si ritiene opportuno predisporre una caratterizzazione dei venti in zona tale da produrre le necessarie informazioni.

a) un confronto tecnico più critico ed informato tra gli attori in causa;
b) l’acquisizione e la integrazione nell’analisi delle informazioni già indicate, o che saranno concordate come carenti e/o potenzialmente utili e/o necessarie;
c) un’attività di informazione alle popolazioni interessate più bilanciata ed adeguata.

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