Frentania dei rifiuti


E’ sconcertante quello che solo oggi mi è capitato di leggere su “Il Messaggero” Abruzzo di venerdi scorso 14 novembre e successive edizioni.
L’emergenza ambientale in Abruzzo non è spinta solo del rischio petrolchimico o dalla gravissima situzione in cui versa la val Pescara a causa della discarica di ex-Montedison.

Ci sono studi epidemiologici che attestano un vertiginoso aumento di varie malattie tumorali nella zona, mentre i reati accertati sono andati in prescrizione.

Vi raccolgo qui alcuni articoli, non so se vi sia capitato di sentirne parlare, ultimamente la campagna elettorale sicuramente oscura queste notizie allarmanti ed è allucinante che l’Ambiente per i signori candidati sia un argomento che per essere toccato deve essere quasi “estorto” con la forza.

da Il Messaggero di venerdi 14 novembre

L’Abruzzo che muore di rifiuti

di Gianni Lannes
3516.jpgUn’enorme area tra Chieti e Pescara accoglie da anni veleni di ogni tipo
Tollo, Miglianico, Spoltore: aumento record di tumori dopo il 1994, l’anno dell’arrivo delle scorie industriali del nord

PESCARA – E’una vicenda che Nicola De Nicola, responsabile legale della Sogeri, una srl con sede a Chieti, innesca nel 1994 sfruttando la fornace Gagliardi in contrada Venna di Tollo. A rimetterci la salute sono ignari cittadini delle province di Chieti e di Pescara. Gli ingredienti letali non mancano: cadmio, mercurio, cromo esavalente, manganese, alluminio, idrocarburi pesanti e addirittura un radionuclide artificiale, il cobalto 60. Una mistura valutata – secondo stime tecniche ufficiali – almeno 30 mila tonnellate, sepolta e dimenticata in riva al torrente Venna (agro di Tollo) e in due capannoni (imbottitti d’amianto) aperti alle intemperie ed ai visitatori. L’area maggiormente a rischio racchiude Tollo, Miglianico, Ripa Teatina, Ortona, Canosa, Francavilla al Mare, Chieti Scalo, Cepagatti, Spoltore. «In considerazione dello stato dello stabilimento e dei rifiuti in esso accumulati, dai quali si sviluppa ammoniaca ed acetilene, con conseguente sviluppo di gas tossici e la cui movimentazione è causa di elevatissima polverosità, la situazione può costituire un pericolo per la salute degli operatori, per gli insediamenti circostanti e per l’ambiente, considerato che non sono presenti sistemi di convogliamento e abbattimento di tali gas». La consulenza tecnica del professor Mauro Sanna, conferita il 22 maggio 1996 dal Procuratore di Chieti Nicola Trifuoggi (attuale capo della Procura di Pescara), parla chiaro. Antonio Di Federico, medico-chirurgo da 30 primavere a Miglianico, non ha dubbi: «Il cancro qui è aumentato in modo esponenziale. La situazione è esplosa nel 1995. Prima di allora i tumori erano sporadici. Ho rilevato un numero spropositato, sia di incidenza che in prevalenza rispetto alla media nazionale. Ci sono neoplasie maligne estremamente poco frequenti: cancri dell’encefalo, cancri della vescica, cancri prostatici e tiroidei, sarcomi in pazienti giovanissimi». G.E., 37 anni è l’ultima vittima: il giovane è deceduto qualche giorno fa a causa di un cancro all’esofago. «In ogni casa ci sono vittime, morti o malati di tumore. Per non dimenticare i numerosi bambini nati con rarissime malformazioni e i tanti aborti. Invochiamo l’intervento dello Stato» dichiara Elisabetta Zannolli, 47 anni, farmacista di Miglianico.
Spiccano gli scarti della Bayer (Germania), delle Industrie Chimiche di Saragozza (Spagna) e scorie sanitarie dalla Francia. Anche gli industriali italiani – i casi più eclatanti: Eural Gnutti (Bs), Servizi Costieri (Ve), Faro (Pd), Ghiraf (Bs), Fonderie Riva (Mi), Kerasan (Vt) – non hanno lesinato contributi micidiali. Le analisi chimiche attestano il grave inquinamento. Lo scarico mortale ha contaminato suolo, sottosuolo, il torrente Dentalo, il fiume Foro ed il mare Adriatico. Significative le morie di pesci, di mitili e di organismi viventi. Ernesto Di Pillo ricorda: «I camion di rifiuti avevano le targhe di Venezia, Verona, Padova, Brescia. Scavarono due fosse profonde da una parte e l’altra del Venna. Dalla terra usciva un fumo bianco come una nebbia acida e non respiravamo. La nostra protesta scoppiò nel ‘96 dopo 3 aborti forzati. Capitò anche a mia moglie incinta al sesto mese». Anche Benito Tiberio, 67 anni, è un testimone oculare: «Quando mischiavano i rifiuti con la terra si alzava una nuvola di polvere che andava a finire verso le nostre case e il paese di Tollo».
Nel 1999 il Venna straripò allagando la fornace. Nel 2000 la Regione aveva stanziato 300 milioni di lire per la “messa in sicurezza”, rivelatasi una truffa. Altri 587 mila euro sono stati erogati dallo stesso Ente per la “bonifica”. L’8 ottobre 2007 l’amministrazione comunale di Tollo ha sfornato un bando di gara per “la bonifica”; ma «lavoriamo alla messa in sicurezza» dichiara l’ingegnere Giovanni Leve. I lavori sono stati affidati all’impresa “Ecologica Anzuca srl” e subappaltati il 20 dicembre 2007, alla ditta “Angelo De Cesaris” di Francavilla al Mare. Il dirigente regionale Franco Gerardini ha concesso il 21 marzo 2007 una “proroga a sanatoria”. «Non c’è più nessun pericolo: la situazione è sotto controllo» ripete il sindaco Angelo Gialloreto. Nella relazione tecnica però si legge: «Attualmente, nei due capannoni di servizio del complesso sono presenti rifiuti stoccati contenuti in Big-Bags. In 228 di questi sono contenuti esidui di fusione di alluminio per 3.420.000 kg. In altri 53 Big-Bags, sono stati stoccati sacconi vuoti contaminati, per un totale di massa di 13.250 kg». E’ finita in prescrizione: il sito non è stato bonificato.

L’OMBRA LUNGA DELLA CAMORRA DIETRO L’INCHIESTA FINITA NEL NULLA

PESCARA – La Sogeri srl a Tollo ha occultato una valanga di scorie assassine dal 16 maggio 1995 fino al sequestro del Noe, il 2 febbraio 1996. «In quell’impianto sarebbero arrivati undici o quindici Tir carichi di rifiuti radioattivi provenienti dalla Francia», ha rivelato 10 anni fa l’allora capo della Procura della Repubblica di Chieti, Nicola Trifuoggi nell’audizione alla Commissione d’inchiesta parlamentare. Nel resoconto stenografico del 23 febbraio 1998 l’attuale procuratore di Pescara dichiara: «Lo scarico dei rifiuti si faceva da queste parti, grazie ad un unico soggetto, Nicola De Nicola, al quale abbiamo sequestrato la discarica di Tollo. Poi gli abbiamo sequestrato dei terreni perché, chiusa la discarica di Tollo, aveva cominciato a scaricare quasi sul greto del fiume Pescara, a Chieti Scalo. Si è ritrasferito in provincia di Pescara, a Cepagatti, in contrada Aurora». Trifuoggi spiega: «Questi rifiuti uscivano dalle fabbriche e poi si procedeva con il solito sistema della triangolazione. Si fermavano una notte a Marghera e il mattino successivo lo stesso camion partiva con una bolla diversa con la dicitura “residui riutilizzabili”. Un camion è stato seguito dalla partenza fino a Ripa Teatina». Su indicazione del clan dei Casalesi – come ha attestato l’allora procuratore di Napoli Agostino Cordova (12 febbraio 1998) – la storiaccia muove i passi iniziali nei primi anni ’90, quando la Camorra dirotta ed interra a Scurcola Marsicana ingenti quantitativi di rifiuti micidiali. L’epilogo si è consumato in un’aula giudiziaria di Chieti. Il sostituto procuratore Lucia Anna Campo, il 29 ottobre 2001, «rilevato che non è più necessario mantenere il vincolo posto che atteso il tempo trascorso non sarebbe neanche più possibile eseguire ulteriori prelievi ed analisi, dispone il dissequestro dell’area». Il tribunale di Ortona sentenziò la propria incompetenza e poi sopraggiunse la prescrizione.
G.Lan.

 

«LA MIA GENTE CONDANNATA»

PESCARA – Antonio Di Federico è medico dal 1976. A Miglianico vive dal 1980. Lui ha dato impulso all’indagine epidemiologica.

Dottor Di Federico che succede in quest’angolo dell’Abruzzo?
«Ho notato un numero di casi di tumore spropositato rispetto alla media nazionale».

Lei ha 1.100 pazienti. Cosa ha riscontrato?
«Rarissimi cancri dell’encefalo, cancri della vescica, prostatici e tiroidei; sarcomi in pazienti giovanissimi».

Rammenta qualche caso particolare?
«Avevo in cura una ragazza a maggio del 2002 con un fibrosarcoma della mammella spuntato dal nulla, a cui era associata una reazione leucemoide. La giovane donna è morta dopo due mesi».

Non le sembra strano?
«La reazione leucemoide fa pensare a qualche componente radioattiva nel territorio».

Siamo quello che respiriamo, mangiamo, beviamo?
«Indubbiamente. Il tumore prevalente è quello broncopolmonare».

Qual è la fascia d’età più colpita?
«Sotto i 50 anni. C’è una ragazza di 29 anni con il linfoma di Hodgkin. E poi, un ragazzo di 40 anni morto di Alzheimer. E un signore di 50 anni che presenta una leucoencefalopatia multifocale aspecifica».

Esistono aree particolarmente a rischio in questo territorio?
«Quelle vicino ai torrenti Venna e Dentalo e al fiume Foro».
G.Lan.

da Il Messaggero di martedi 18 novembre

Una bomba chimica minaccia il Tirino

Allarme del Wwf per le acque reflue versate nel terreno da un’azienda
Il caso è stato segnalato ad Ato, Asl e al commissario Goio, chiesta la verifica delle autorizzazioni
di Floriana Bucci

BUSSI – Falde del Tirino a rischio inquinamento industriale? Una domanda retorica, si direbbe, quella del Wwf. Con più di cento anni di chimica ci mancherebbe che il fiume dei fiumi uscisse dal polo chimico buono da bere. In realtà l’associazione ambientalista non ha affatto voglia di scherzare. E l’interrogativo, rivolto all’Ato, ai comuni, all’ Asl e al commissario Adriano Goio, preannuncia una nuova emergenza ambientale. Il problema, questa volta, è a monte, nella zona artigianale di Capestrano, lungo la statale 153 per Navelli, non lontano dalle sorgenti del Tirino. Il problema si chiama Italfinish, un’azienda che lavora l’alluminio e utilizza sostanze chimiche come acido solforico e nichel per il processo di anodizzazione.
«Nei giorni scorsi – denuncia il Wwf – i Noe hanno sequestrato parte dell’impianto dell’Italfinish che è posta sopra l’acquifero che alimenta le risorgive del Tirino. Intanto il 18 novembre il Comitato Valutazione di Impatto Ambientale della Regione esaminerà l’stanza dell’azienda per un ampliamento dello stabilimento e delle strutture per lo stoccaggio dei materiali utilizzati nelle lavorazioni». A far crescere le preoccupazioni degli ambientalisti è la relazione presentata dalla stessa Italfinish che scrive di «aver scaricato i suoi reflui, dal 2005 al 2007, direttamente sul terreno e che tale procedura ha già portato ad una contaminazione, con successiva richiesta di messa in sicurezza in base al decreto del 2006 sulle bonifiche». Veleni di nuova generazione, dunque, non datati come quelli scoperti a valle del Tirino, a pochi metri dal Pescara. Ma pur sempre veleni che finiscono nell’acqua. «L’allargamento dell’impianto – sostengono al Wwf – produrrebbe aumento delle emissioni in atmosfera e dello stoccaggio di sostanze chimiche. Impianti di questo genere sull’acquifero più importante dell’Appennino centrale, che offre acqua a mezzo milione di persone, sono inaccettabili».
Altro che ampliamento. Alla luce di quanto è successo fino ad ora, il Wwf chiede di verificare anche le autorizzazioni concesse per l’impianto Italfinish già in un funzione. Perché con il Tirino non si scherza. La più importante risorsa idrica dell’Abruzzo dovrebbe essere tutelata come “patrimonio strategico per l’intera nazione”.
Intanto, in fatto di fornitura idrica, in considerazione della pioggia abbondante che nel week end ha incrementato la portata delle sorgenti La Morgia e Tavo, l’Aca ha annunciato di aver annullato per questa settimana la prevista chiusura notturna dei serbatoi che avrebbe riguardato i paesi di Alanno, Bolognano, Caramanico, Castiglione a Casauria, Cepagatti, Manoppello, Rosciano, Scafa, Spoltore, Tocco da Casauria, Torre de’ Passeri e Turrivalignani. «L’incremento registrato della portata d’acqua è stato del 20-25%» ha dichiarato il presidente dell’Aca, Bruno Catena. Sospese anche le parzializzazioni a Lettomanoppello (5 litri al secondo) e a San Giovanni Teatino (3 litri al secondo).

Allarme amianto in Val di Sangro

La Forestale scopre 500 tubi di materiale tossico abbandonati tra Lanciano, Mozzagrogna e Fossacesia
Sequestrati quattro siti, denunciato il presidente del Consorzio
di Walter Berghella
LANCIANO – Allarme amianto in Val di Sangro dove la Forestale ha sequestrato quattro siti di proprietà del Consorzio di Bonifica Sud, sede a Vasto, in cui erano stati ammassati e abbandonati circa 500 tubi con presenza, appunto, del famigerato e tossico amianto. I tubi sospetti sono stati trovati in due strutture di Mozzagrogna e in quelle di Fossacesia e Lanciano. Il presidente del Consorzio Giuseppe Torricella, 53 anni, di Cupello, è stato denunciato per deposito incontrollato e abbandono di rifiuti pericolosi. Nel dossier rimesso alla Procura di Lanciano la Forestale ha allegato anche foto satellitari che davano conto delle cataste di tubi per l’irrigazione. Mesi fa un’altra denuncia aveva interessato il vertice della Bonifica per una vicenda legata a reflui contenuti nelle vasche consortili, sempre nel Sangro. Non diminuiscono dunque le paure nel settore dell’inquinamento ambientale che da anni vede la Frentania, definita pattumiera d’Abruzzo, in considerazione di grandi inchieste sull’inquinamento, nonché la presenza di diverse aziende e depositi per rifiuti di varia natura.

Quanto all’indagine della Forestale, le prime cataste dei tubi inquinanti sono state scoperte nel primo accertamento effettuato nei siti di località Piccarda e Rosciavizza nel comune di Mozzagrogna, dove c’erano complessivamente 310 manufatti lunghi 4 metri e con diametro di 30/40 centimetri. Tubi in cemento – amianto e con matrice fibrosa che erano stati da poco movimentati e risistemati senza le precauzioni previste dalla norma sui rifiuti contenenti amianto. Nel sito di Casone, a Fossacesia, sono state poi trovate altre due cataste con 150 tubi. Infine all’ingresso del sito di Cerratina di Lanciano la Forestale ha sequestrato gli ultimi 25 manufatti. Il comandante provinciale della Forestale Piero Di Fabrizio rimarca “abbiamo accertato l’effettiva presenza delle fibre di amianto nella struttura dei tubi, che spero non siano stati acquistati quando l’amianto era già stato messo al bando, altrimenti si ipotizza anche un danno economico per i consorziati”. Il presidente Torricella si sarebbe giustificato asserendo che la mancanza di fondi non aveva ancora permesso la bonifica dei siti, regolarmente effettuata in passato.

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