Prigionieri di Facebook? Dì la tua

Prigionieri di Facebook? Dì la tua

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LA STAMPA, 19/11/2008 – VITA DIGITALE. IL BOOM E I RISCHI
Prigionieri di Facebook
Troppi contatti inutili, difficile liberarsene. Sherry Turkle: “Noi adottivi del digitale abbiamo nostalgia dei rapporti analogici”

ANNA MASERA

facebook_523415a.jpgPrima erano le email. Poi le chat e la messaggeria istantanea. Adesso i social network. Facebook primo fra tutti, visto che è il numero uno al mondo per contatti. Più si diffondono questi sistemi digitali che permettono di comunicare sempre, con chi si vuole e in qualsiasi momento, più aumentano i casi di persone che ne rimangono intrappolati: si passa troppo tempo a controllare se sono arrivati messaggi o a scriverne, il multi-tasking ci sfinisce e ci distrae; per non parlare della perdita della propria intimità. E se molti non riescono più a lavorare o cercano una via d’uscita per tornare alla loro vita «normale», sempre più aziende, oltre alle amministrazioni pubbliche, valutano di oscurarne l’accesso.

Già: ma nell’era di Facebook, la vita normale non c’è più. Secondo lo scrittore Andrea Bajani, che confessa di esserne stato «irretito», aderire al social network più «in» del momento può rivelarsi un errore difficilmente rimediabile: «Dopo due mesi ho chiesto ai miei amici di uscirne. E loro disperati mi hanno detto che non sanno come fare, che ci hanno provato, ma non capiscono come si fa».

Il social network più diffuso al mondo, creato nel 2004 dallo studente di Harvard, Mark Zuckerberg, che ha sorpassato il suo diretto concorrente MySpace con versioni in più di 20 lingue, 125 milioni di iscritti e un valore pari a 16 miliardi di dollari, in Italia è un fenomeno esploso quest’anno (+961%). Il segreto del suo successo? «Facile, immediato, personalizzabile» dicono gli utenti, tramite il passaparola. Che qui è un meccanismo tanto efficace quanto infernale. Per entrare basta compilare un profilo con qualche dato ed eventuale foto: ci si connette con conoscenti, amici o amici degli amici, persone con interessi in comune. Fioccano gli ex compagni di scuola, i commilitoni, gli ex fidanzati, i fans, i tifosi, le goliardate, ma anche le comunità culturali o con interessi politici. Si chiacchiera, li si mette al corrente di quello che si fa, volendo anche minuto per minuto: ci si può collegare persino col telefonino, per aggiornare il proprio status. In qualsiasi momento si possono aggiungere altri elementi. Dipende dall’obiettivo che si vuole raggiungere.

L’utilità? Prezioso per farsi conoscere e trovare lavoro, assistenza, contatti utili. Non a caso Obama ha puntato anche su questo sistema di relazioni per farsi eleggere alla Casa Bianca. E’ gara di adesioni anche tra i politici italiani: Maria Stella Gelmini conta oltre 8 mila sostenitori, più di Walter Veltroni. Da quando il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, per diffondere il Vangelo fra nuovi adepti ha aperto il suo «profilo», ha già 5 mila «amici». Si possono creare applicazioni aggiuntive: Don Paolo Padrini segnala di averne creata una, PrayBook, per diffondere pagine di Vangelo. In tutt’altra direzione l’attore Gianmarco Tognazzi, che su Facebook fa rivivere suo padre Ugo perché «aveva molta paura di essere dimenticato». E abbondano le sfide sui territori. L’ultima? Trento vuol battere il record di New York: mille utenti incontrati nella realtà.

Ma bisogna sapere che si è imboccata una via senza ritorno nel momento in cui si è inserito il proprio indirizzo e-mail, obbligatorio. Meglio darne uno di seconda scelta, assolutamente non raccomandabile l’account aziendale. Perchè è lì che si viene tempestati di inviti di presunti «amici» (ma lo sono davvero?) a rispondere ai messaggi e partecipare agli «incontri». Ed è lì che incomincia l’inferno per chi vuole stare tranquillo: se si tiene aperto l’account di posta, è un continuo ricever messaggi, che distraggono dalle proprie attività e invadono la propria intimità nei momenti più inopportuni. «Certo, a reclamare intimità ci vuole coraggio, visto che ci si è sottoposti a tutto questo volontariamente» commenta Giulia Stasi, 26 anni, italo-americana newyorkese che vive tra Italia e Usa sempre collegata a Facebook per tenersi in contatto con gli amici. Giulia ammette che «il vero rischio è la compulsività che genera». Eppure, come gran parte della sua generazione digitale, lei è convinta di saper staccare la spina quando serve. E offre consigli per non restare prigionieri di Facebook.

«Per salvarsi, non bisogna raccontare cosa fai a tutti. Meglio ancora, non bisogna farsi tutti amici». Perché è facile che ci siano – per esempio – i tuoi capi, che scoprono che non stai lavorando. Soprattutto, bisogna stare attenti a non raccontare bugie: è facile che ti scoprano le persone sbagliate («Eri al lavoro? Ma se su Facebook hai detto a tutti che eri a fare shopping!»).

C’è poi l’incubo degli inviti: «E’ meglio non accettare un invito da qualcuno che non conosci bene, piuttosto che cambiare idea dopo e fartelo nemico», spiegano i facebooker. Già: perché si può cambiare la lista degli amici, disattivandoli dal proprio profilo, ma loro se ne accorgono e ci rimangono male. Come i bambini di una volta che dicevano: «Non ti faccio più mio amico». Da adulti, è imperdonabile. Guai a non conoscere queste regole. E’ possibile ottenere l’espulsione di elementi indesiderati additandoli alla comunità. A dirla tutta, è possibile anche auto-espellersi: basta aprire il proprio profilo e selezionare l’opzione «Non voglio più esserci». Già: il problema è che quando si è dentro, non si riesce a concepire di uscirne.

TRE DOMANDE SU FACEBOOK A SHERRY TURKLE,
L’ANTROPOLOGA DEL CYBERSPAZIO
Noi adottivi del digitale abbiamo nostalgia di privacy e lentezza

La sociologa Sherry Turkle, guru del Mit nota come «l’antropologa del cyberspazio» dall’alba del Web, ha scritto due volumi di una trilogia sul rapporto che abbiamo con le tecnologie e il suo primo, già di dieci anni fa, intitolato «La vita sullo schermo. Nuove identità e relazioni sociali nell’epoca di Internet» è ancora attuale.

Che impatto hanno tecnologie come Facebook?
«Le tecnologie digitali contemporanea sono intime, disegnate per andare al cuore di chi siamo come persone e delle nostre relazioni. Ma bisogna ricordarsi che hanno una doppia natura. Da una parte, ti isolano. Dall’altra, per certe azioni collettive, non se ne può fare più senza, e l’impatto di Facebook sull’elezione di Obama ne è solo un esempio. Occhio però: perchè lo stesso modello è cooptabile da persone che vorrebbero portarci via le libertà civili e minare la democrazia».

Lei avverte che c’è il rischio di assuefazione, ma è contraria alla definizione di «Net-dipendenza». Perchè?
«Perchè quando si parla di tecnologie come dell’abuso di sostanze, si dimentica la parte più interessante del problema: i ragazzini dell’era dell’instant messaging si mandano in media 2.500 messaggi al mese. E’ tanto, ma il punto è: a chi scrivono, perchè, cosa si dicono, e come cambia il modo in cui si percepiscono? Spesso vivono situazioni complicate e restano in contatto con gente che li aiuta a costruirsi identità di sviluppo sane».

Lei sostiene che in rete abbiamo una «seconda identità». Che cosa significa?
«E’ quella che non può più fare a meno della comunicazione istantanea, nè sul lavoro nè a casa o con gli amici. Per avere questo, la nostra seconda identità ha rinunciato alla privacy e alla lentezza, di cui invece ha nostalgia la nostra identità precedente. I nativi digitali non hanno di queste crisi, ma noi adottivi del digitale viviamo un conflitto interiore».

LA STAMPA, 19/11/2008 (7:58)
Labranca “Facebook è una droga non riesco a uscirne”
Lo scrittore “Le mie giornate scandite dalle ricerche di wi-fi gratuiti

GIANLUCA NICOLETTI

ROMA. Tommaso Labranca è un clamoroso caso di dipendenza cronica da Facebook. Si è registrato da sei mesi, non ha un numero esagerato di amici legati al suo profilo, ma quei 380 sono sufficienti a riempire emotivamente e concretamente la sua giornata. «Praticamente sono sempre collegato per tutte le 12 ore utili della mia giornata, pensavo proprio oggi di staccarmi, ma non ce l’ho fatta. Smetterò forse domani». Labranca negli ultimi quindici anni è stato il cantore più appassionato di ogni sublime velleità estetica nella classe media del nostro paese. Dall’analisi del «barocco brianzolo» delle ville della borghesia arricchita alla ricerca di tracce metropolitane del mito di Tony Manero nel suo recente saggio «78.08». Ora in piena esplosione dell’onda burina del socialnetworking lo scrittore è cavia consapevole e vittima sacrificale della sua ricerca.

«Mi sono comprato l’iPhone per essere sempre collegato, la mattina apro gli occhi alle cinque e già dal letto controllo chi mi ha cercato per il rito dell’accettazione durante le poche ore in cui ero off line. Rispondo ai messaggi, pubblico il mio primo pensiero e mi alzo». Già, ma per collegarsi pochissimo dopo con il computer di casa. «Mi piace tenere sotto controllo il livello degli amici». Labranca confessa che l’obbiettivo a cui tende è la connessione continua, così il suo rapporto quotidiano con la fonte della dipendenza assomiglia all’errare di un drogato alla ricerca di pusher, solo che per la crisi d’astinenza a Facebook serve connettività veloce: «Anche adesso sto mandando delle mie foto, tutta la mia giornata lavorativa è scandita dalla ricerca di connessioni wi-fi gratuite. Da casa al lavoro ho una precisa mappa mentale delle zone franche in cui si può addentare una rete non protetta e continuare a mandare segnali di esistenza».

I grandi raduni oceanici di patiti di Facebook naturalmente sono fenomeni di massa che esistono soprattutto perché ne parlino i giornali e la tv. Il vero tossico organizza dei mini eventi personalizzati, i convocati non devono superare la quindicina e il raduno è preceduto da una fase di preparazione on line che risponde a precise liturgie: «Ogni tanto organizzo performance a sorpresa che annuncio con un appuntamento a orario fisso. Chiedo di mandare una foto di quello che contiene il proprio frigorifero. Su operazioni collettive del genere si generano discussioni che possono durare per interi giorni».

Ora Tommaso sta tentando un lungo e faticoso cammino di recupero per uscire dalla sua dipendenza. Sa che per fare questo potrebbe contare su un gran numero di gruppi di aiuto composti da persone con il suo stesso problema, ma purtroppo costoro per condividere il proprio disagio non rinunciano di farlo in Facebook. La sincera volontà di uscirne sembra spesso vacillare sotto il fascino della comunità che segue virtualmente ogni passo della vita reale.

Ora Labranca per rimandare la sua dipartita da Facebook ha inventato l’ennesima scusa, la pubblica al volo mentre parla con me: «Io vorrei fare un libro in cui tante persone ne intervistano una sola: io. Narcisistico, lo so. Ma non mi interessa. Chi vuole essere tra gli intervistatori?». Un’altra dose che forse lo terrà dentro la dipendenza da Facebook ancora per un po’.


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