Non basta lo spoil system

Non basta lo spoil system

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Il nuovo governo della Regione intende rimuovere i dirigenti e i presidenti dei consigli di amministrazione degli enti strumentali. Il sen. Fabrizio Di Stefano sostiene che sono corresponsabili dei danni subiti dalla Regione. Se i nuovi saranno migliori dei vecchi lo valuteremo più in là. Vorremmo vedere subito, invece, la riduzione degli enti e delle retribuzioni dei dirigenti e dei consiglieri regionali. Gli enti strumentali e le società partecipate, di una piccola regione come la nostra di soli 1.300.000 abitanti, sono nientemeno ottantasei. Dicasi 86. La Regione spende, non per promuovere lo sviluppo, ma per autoalimentarsi la impressionante cifra di duecento milioni di euro. La spesa è talmente faraonica che si è arrivato a convocare, il 5 dicembre 2006, un Consiglio Regionale straordinario. Si giunse a prendere il pubblico impegno di ridurre il numero degli enti e dei membri dei consigli di amministrazione, ma senza decidere nulla in merito alle indennità dei consiglieri regionali e dei membri di multiformi organismi: enti, società partecipate, comitati, commissioni, consorzi, consulte, aziende, collegi sindacali, sindaci revisori dei conti. Dopo oltre due anni da quell’impegno, come il solito, non si è fatto niente, se si esclude la modesta riduzione del numero degli ATO. I cittadini sanno che il sistema dei privilegi e degli sprechi costituisce un insostenibile onere per l’economia della regione e, insieme, una “questione morale”. Ma la volontà politica è fiacca e le resistenze sono tante. Il sistema alimenta un sottobosco di “trombati” e di gregari, un’oligarchia di funzionari di partito che occupano posti di potere, controllano e alimentano clientele, clonano enti. Lautamente pagati, contribuiscono all’aumento di spese, tariffe, debiti e tasse regionali. Gli enti strumentali e le società partecipate dispongono di oltre 250 sedi, sparse su tutto il territorio, con uffici e personale, e di un esercito di circa 3500 persone, fra amministratori, presidenti, vice-presidenti, direttori, consulenti, tecnici, periti, legali. Si va dalle 6.456,84 del commissario straordinario, alle 5.253,50 del presidente delle società partecipate, alle 4.041,15 del presidente degli enti strumentali, alle 3.172,14 dei consiglieri. Senza contare che in molti enti le indennità vengono raddoppiate se i titolari svolgono attività lavorativa non dipendente; mentre, se dipendenti, godono dell’ aspettativa. Le loro retribuzioni sono pari a quelle di un qualsiasi parlamentare europeo, purchè non italiano. Mentre un nostro consigliere regionale con i sui 10.274,08 euro lordi, fra indennità e diaria – che a presidenti, vicepresidenti, assessori, capigruppo, segretari, si impingua dell’indennità di funzione – ridicolizza ogni parlamentare straniero.

Se un lavoratore ha bisogno di una vita per conquistare la pensione, ai consiglieri regionali sono sufficienti cinque anni per un vitalizio, reversibile, di 2.984,09 euro, che diventano 4.476,64 con un secondo mandato, e 5.968,85 per un terzo e così via crescendo. La buona uscita fa da viatico alla pensione: una mensilità per ogni anno di mandato, svariate decine di migliaia di euro.

Si è calcolato che il disboscamento degli enti inutili e il ridimensionamento degli altri come pure delle retribuzioni dei consiglieri regionali, il cui numero, peraltro, è stato portato con una legge pasticciata da 40 a 45, assicurerebbe un risparmio di circa 140 milioni di euro: una preziosa disponibilità di capitali per investimenti in settori produttivi. Il presidente Chiodi promise in campagna elettorale che avrebbe ridotto le retribuzioni dei consiglieri. Noi ci vogliamo sforzare a credergli. Staremo a vedere. Egli sa che in Abruzzo è suonato non un campanello d’allarme, ma una campana a morte. La metà degli elettori si è rifiutata di votare, e chi sa quanti di coloro che hanno votato se ne sono pentiti: se l’avessero saputo forse si sarebbero uniti ad un tsunami ancora più potente nei confronti del “Malabruzzo” dei Del Turco e dei D’Alfonso, della casta che ha portato alla bancarotta e alla vergogna.

Ezio Pelino


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