- .: Open Zone
L’ultimo testimone della Banda Sciuba
Può sembrare strano, ma ad oltre sessant’anni dalla guerra c’è ancora da fare chiarezza su più di un avvenimento e recuperare la verità storica liberandola da interessati miti. Non c’è solo la criminalità spacciata per Resistenza, di cui si è interessato Giampaolo Panza, c’è anche la Resistenza post bellum. Inventata. Scriveva, nel 1985, Giuseppe Bolino:”In Abruzzo i ruolini delle bande e dei raggruppamenti furono compilati a posteriori. Le vicende un po’ vere e un po’ sognate, sono state documentate sul modello degli scontri partigiani del cuneese, nella Val d’Ossola, all’ombra di un Di Dio o di un Boldrini-Bullow, quasi che pastori e contadini fossero brigate e divisioni, gli imboscati fossero guerriglieri, i renitenti e giustamente latitanti ai bandi di arruolamento fossero di per sé degli eroi”. Una di queste bande inventate è stata la banda dei fratelli Sciuba, che avrebbe operato a Campo di Giove. Finora la versione ufficiale del tragico episodio al Guado di Coccia è stata quella del capitano Gianfilippo Cangini, presente al fatto, che ha generato una storiografia locale che per decenni ha accreditato la tesi di uno scontro armato fra la Banda Sciuba e “preponderanti” truppe tedesche. Vi si sostiene che 24 membri della banda – una banda costituita da “plotoni” di uomini e fornita di “nascondigli di armi” – vengono colti di sorpresa al Guado di Coccia, a causa della nebbia, da due tedeschi che intimano loro l’alt. Nello scontro sarebbe morto un membro della banda, feriti lo stesso Cangini e uno dei due tedeschi. Per questo episodio i fratelli Sciuba vennero insigniti di medaglia d’argento. Con la seguente motivazione per il Dott. Torinto,: “[…]Armava gruppi di patrioti, costituendoli in banda. Gettava le basi concrete di quella resistenza clandestina e di quella lotta partigiana, che tanto bene dovevano poi irradiare sull’Italia. Sorpreso con la sua banda sulla Maiella da forze tedesche, approfittando dello scompiglio causato sul nemico da reazione armata, sganciava i compagni, sottraendoli alla cattura ed a sicura morte […]”. E con la seguente motivazione per il Dott. Renzo:”[…] Organizzava un’agguerrita banda con la quale compiva brillanti operazioni di guerra […] Sorpreso insieme ad elementi della propria Banda da preponderanti forze tedesche, con particolare sangue freddo e supremo sprezzo del pericolo reagiva prontamente ed evitava così l’accerchiamento dei suoi uomini, con i quali, sferrato l’attacco, infliggeva gravi perdite all’aggressore. Trovatosi nello scontro fra due fuochi non perdeva la calma […]. Egli raggiungeva poi la sua formazione e, riordinatala, riprendeva la lotta. Liberata la zona, ristabiliva con il suo prestigio l’ordine e la legalità nell’interno del territorio di Sulmona”.
Nel libro “E si divisero il pane che non c’era”, II edizione 2009, gli autori non si limitano a riportare i dubbi avanzati sull’esistenza della banda dal campogiovese Giovanni Presutti nel suo libro “Raus…”, ma articolano essi stessi una serie di interrogativi. Si domandano :”Come sia stato possibile che, al Guado di Coccia, quel giorno del 18 ottobre del 1943, una banda armata si sia fatta cogliere di sorpresa, priva di turni di guardia? Perché la banda si dileguò mentre l’unico che abbia avuto il coraggio di reagire sia stato un giovane ufficiale friulano che si apprestava a raggiungere il Corpo Italiano di liberazione? Perché non si è preoccupata di portare in salvo i due feriti, De Corti e Cangini, peraltro colpiti non gravemente?” Erano interrogativi che nascevano dalla sproporzione fra l’enfasi sulla proclamata banda e la pochezza delle sue azioni. Ora abbiamo qualcosa di più dei dubbi. Abbiamo le certezze. Abbiamo la preziosa testimonianza del Prof Italo De Vincentiis, uno dei 24 del Guado di Coccia, allora diciannovenne, oggi ordinario di Otorinolaringoiatria dell’Università “La Sapienza”. Il Prof De Vincentiis mi scrive, rispondendo alle mie domande, che “sull’episodio sono state scritte tante cose inesatte e interessate. Si è detto che eravamo una banda di partigiani, ma non è vero. Eravamo solo dei civili disarmati che scappavano per non essere catturati dai tedeschi durante i rastrellamenti che effettuavano nella zona”. Nel suo libro “Il ragazzo della valle”, afferma che il gruppo colto di sorpresa sulla Maiella era composto da conoscenti, esclusi due, uno dei quali il sottotenente friulano Ettore de Corti sopraggiunto proprio quel giorno fatidico, che si erano “dati alla macchia” non per combattere , ma per sfuggire ad “eventuali catture”. Erano soprattutto ”medici, avvocati, ufficiali”. Avevano deciso di rimanere in zona e “che nessuno avrebbe dovuto portare armi. Chi le aveva doveva lasciarle per evitare, in caso di cattura, di essere scambiati per partigiani. Tutto ciò perchè risultasse chiaro che eravamo sui monti solo per sottrarci alle retate che le SS continuavano a fare in zona”. “Solo il Sig Amoroso (di Genova) tirò fuori una pistola che nascose sotto una zolla, tutti gli altri dichiararono di non avere armi”. “Da Serra Caracini scendemmo verso il guado di Coccia e ci fermammo a Fonte Serra dove c’era lo stazzo di Domenico Capaldo.” ”La giornata era nebbiosa, faceva freddo e avevamo acceso il fuoco intorno al quale ci eravamo raccolti in silenzio e pensierosi. Con gli occhi fissi sulla fiamma, nessuno si era accorto di due tedeschi che erano comparsi all’improvviso: uno armato di fucile mitragliatore e l’altro di pistola. Spararono alcuni colpi in aria e, gridando ordini incomprensibili, ci fecero segno di alzare le mani. Si posero uno a destra e uno a sinistra del gruppo e ci fecero segno , con movimenti della pistola e del mitragliatore, di incamminarci verso valle. Avevamo fatto appena due o trecento metri quando si sentì un colpo di pistola e il tedesco con il mitragliatore cadde urlando tenendosi la mano sull’addome: aveva sparato il sottotenente dell’aeronautica Ettore de Corti! L’altro tedesco reagì subito sparando con la sua pistola: furono colpiti il de Corti e il capitano Cangini […] Nel frattempo gli altri erano tutti spariti nella nebbia. Il tedesco che aveva sparato raccolse il fucile mitragliatore e me lo puntò contro: ero l’unico rimasto con il capitano Cangini colpito e sanguinante che mi chiedeva aiuto. Per un momento interminabile su quella cresta di montagna rimanemmo io, il tedesco e i tre feriti: guardai negli occhi il tedesco e mi accorsi che aveva più paura di me. Allora mi feci coraggio e cominciai a fargli capire che avrei portato uno dei feriti a valle e sarei tornato con un dottore. Alla parola “dottore” il tedesco assentì con la testa”. Il Prof De Vincentiis prosegue raccontando che si caricò sulle spalle Cangini fino al bosco, dove il ferito lo pregò di lasciarlo sul posto perché non ce la faceva a proseguire sulle sue spalle e gli fece promettere che avrebbe mandato qualcuno a prenderlo. Mentre scende sente un colpo di pistola e cessano i lamenti del ferito De Corti. Era stato finito con un colpo alla tempia, come seppe dopo. Il Cangini fu recuperato il giorno successivo raggiunto da due volenterosi. Fu portato a casa del podestà, Francesco Puglielli, “ ma né lui né altri vollero ospitarlo”. Fu ospitato invece a casa del medico del paese, che era il padre di Italo. Vi rimase una settimana, medicato dallo stesso Italo e dalla sorella Italia. Aveva una ferita non grave nella regione lombare che andava da un fianco all’altro: la pallottola aveva attraversato la regione sottocutanea senza ledere la colonna vertebrale.
“Dopo vari giorni dall’arrivo degli inglesi si sentì parlare molto di questa banda di partigiani. Adesso risultavano più di quattrocento e fra gli iscritti figuravano anche persone che all’epoca vivevano già dall’altra parte del fronte: a Napoli, a Salerno, a Bari![…]. La tentazione di far parte della banda era forte, perché [ …] si veniva ricompensati con settantamila lire, somma allora consistente e che faceva gola a molti. […] La banda, comunque , ebbe nella gestione burocratica quei successi che non aveva avuto sul campo e la ritrovai a Roma addirittura con una sede all’angolo di piazza Fiume. Servì per anni per far avere facilitazioni agli iscritti” La testimonianza del Prof De Vincentiis seppellisce per sempre la leggenda di una banda armata campogiovese e solleva inquietanti interrogativi sulle mirabolanti motivazioni delle medaglie al valore. Unico eroe era stato un giovane friulano che si trovava lì da poche ore, di passaggio, per caso. Non aveva aderito all’imperativo collettivo del “tutti a casa” che l’avrebbe portato in famiglia, a nord, si dirigeva alla parte opposta, a sud , dove avrebbe voluto raggiungere le forze di liberazione e unirsi a loro. Fu arruolato dopo la morte ad una banda inesistente.
Ezio Pelino
'L’ultimo testimone della Banda Sciuba' ha ricevuto 19 commenti:
il più recente in testa
Scrivi un commento


Loading ...
giovedì 10 dicembre 2009 ore 10:04 - Permalink al commento
Ma quindi, Annamaria critica Ezio perché vuole dimostrare che un atto eroico non è stato per niente eroico, e Spappolato critica Annamaria perché è ‘revisionista’ e poi Annamaria fa i complimenti a Spappolato perché è l’unico sincero? dico bene?
[Rispondi]
mercoledì 9 dicembre 2009 ore 14:55 - Permalink al commento
Carissima Annamaria,avevo immaginato,che eri una figlia dei fiori,nel caso tu sia vissuta sempre a Sulmona dove ho grandi ricordi,legati agli anni settanta ,eri forse nel `72 al concerto dei New- Trolls? Mi piace la tua tenacia,buon Natale pure a te.Adriano
[Rispondi]
martedì 8 dicembre 2009 ore 12:03 - Permalink al commento
Forse esprimere la mia solidarietà sarebbe troppo, però mi permetto di chiedere scusa ad Annamaria in nome di Spappolato.
Il tuo post di domenica ore 17:43, Spappolato, è fuori luogo.
[Rispondi]
lunedì 7 dicembre 2009 ore 11:41 - Permalink al commento
A me Annamaria sembre invece che tu e la gente come te abbiate la coda di paglia.
La dittatura fascista è stata uno schifo, fino a ieri mi sono fatto raccontare nuovamente da mia nonna alcuni episodi che ha vissuto durante la guerra. Ha avuto come conseguenza una frtaticida geurra civile di cui tutti francamente avremmo fatto a meno…Chi ha paura di ricordare??Perchè???Pensi sia inutile??
E se ti dicessi che la notte di luglio di tre anni fa, mentre si festeggiava la vittoria dell’Italia ai mondiali di calcio ho visto con i miei occhi tre giovani (allora 19enni), molto attivi (anzi credo ricoprano ruoli) nel fronte della gioventù, abbrcciarsi e cantare l’inno di Mameli mentre per tutto il tempo hanno avuto il braccio destro alzato con la mano aperta, facendo il saluto romano??
Ti sembra inutile ricordare a quei giovani cosa ha significato, chi lo faceva, chi lo ha inventato, quel gesto??
Non ti fa paura che tre 19enni vastesi, consapevolmente o meno, “rimpiangano” una dittatura che ci ha privato della libertà per 20 anni, si è alleata con Hitler, ha fatto guerre coloniali (se sai cosa significa), ha causato una guerra civile, ci ha consegnato nelle mani degli americani ed ancora oggi abbiamo le basi americane in Italia??
Non ti fa paura che non stiamo parlando di celebrolesi nati e cresciuti senzaq genitori in qualche glungla di periferia, ma di studenti universitari, figli di politici di razza??
Uno dei quali ora vorrebbe anche insegnarci l’integrazione ed il rispetto degli immigrati??
[Rispondi]
lunedì 7 dicembre 2009 ore 11:43 - Permalink al commento »
Non ti fa puara che tre anni fa lo stesso saluto romano lo ha fato Di Canio durante un derby roma-lazio in un Olimpico pieno e non so quante persone lo hanno applaudito??
A me francamente sì…
[Rispondi]
lunedì 7 dicembre 2009 ore 16:22 - Permalink al commento »
Non sono fascista e tanto meno comunista!!!
Amo troppo la libertà!
Ho letto l’articolo,a differenza di altri non mi nascondo…sono Anna Coppa,abito a Sulmona e conosco gran parte delle persone citate nell’articolo.Se si hanno prove è bene denunciare altrimenti si fa solo del male: la calunia è un male che uccide
e distrugge al pari ,se non peggio, di una fucilata.
Pensavo che le discussioni in un blog fossero all’insegna della libertà di espressione …evidentemente ho sbagliato blog.
[Rispondi]
lunedì 7 dicembre 2009 ore 17:09 - Permalink al commento »
E’ proprio il tuo ultimo concetto quello che ho voluto ribadire e non mi pare che venga negato a qualcuno il diritto di esprimersi. E’ semmai il tuo “è ora di finirla” che non è molto rispettoso dell’espressione altrui.
[Rispondi]
martedì 8 dicembre 2009 ore 12:05 - Permalink al commento »
Tutti qui, credo, amiamo la libertà. Per questo mi fa paura la tifoseria della lazio che applaude Di Canio che fa il saluto romano e tre 20enni vastesi che lo scimiottano…
[Rispondi]
lunedì 7 dicembre 2009 ore 09:39 - Permalink al commento
Scusate, ma non capisco da dove nasca la polemica. Sinceramente non capisco né il commento di Annamaria, né la risposta di Spappolato…mi viene un dubbio: avete letto l’articolo?
[Rispondi]
domenica 6 dicembre 2009 ore 22:19 - Permalink al commento
[commento rimosso]
nda: spappolato moderati e non usare termini offensivi.
[Rispondi]
domenica 6 dicembre 2009 ore 16:08 - Permalink al commento
E’ ora di finirla? E perchè mai?
Mantenere vivo il ricordo dei soprusi, delle stragi, delle violenze subite è sacrosanto, non solo in nome dei morti, ma anche in onore di chi ha fatto resistenza.
Poi, proprio oggi che si fa di tutto per ammantare, nascondere, dimenticare, mistificare e falsificare la storia ed il presente, è piu’ che mai necessario. Viviamo già troppa censura, controllo, manipolazione e tu hai il coraggio di dire che su un blog è ora di finirla? Ma per favore… mi fai venire in mente quel consigliere d’amministrazione rai del pdl che ieri si è permesso di dire che per aver trasmesso la diretta sul NO B day, Rainews24 ha scritto una pagina vergognosa… che faccia di legno.
E’ ora di finirla di nascondere, di impedire, di mentire, di ingannare e di farsi scudo col potere politico, NON di SCRIVERE e di RICORDARE.
[Rispondi]
sabato 5 dicembre 2009 ore 21:08 - Permalink al commento
E’ora di finirla,più che ricordare mi sembra che ci sia la voglia… anzi il piacere di ” perseguitare “,più che fare chiarezza mi sembra che qualcuno voglia imporre la propria verità : di colore rosso,o meglio ex rosso contro quello bianco ex nero.
Strumentalizzare i ricordi…, le paure …, le debolezze umane o ,peggio ancora, le morti per placare un desiderio di rivalsa non mi sembra il modo migliore di “fare storia “
[Rispondi]
domenica 6 dicembre 2009 ore 17:43 - Permalink al commento »
ma zitta revisionista di sta minchia.
[Rispondi]
domenica 6 dicembre 2009 ore 20:12 - Permalink al commento »
Non credo di essere più revisionista di quanto debba essere abitualmene un qualsiasi studioso di storia. Ma se rifiutassi di fregiarmi della parola concederei un punto al gergo comunista e darei un contributo al cattivo uso che della parola si è fatto in Italia per molti anni. Ecco quindi le “confessioni di un revisionista”. »
(Sergio Romano, dall’introduzione di Confessioni di un revisionista – Ponte alle Grazie – 1998. )
per la parola “minchia” la rinvio al mittente
[Rispondi]
lunedì 7 dicembre 2009 ore 20:19 - Permalink al commento »
Carissima annamaria,vorrei tanto sapere quanti anni hai.Se ti da fastidio, chiedo scusa .Adriano
[Rispondi]
martedì 8 dicembre 2009 ore 17:40 - Permalink al commento »
Ho la stessa età della nostra Costituzione,come vedi sono nata .
dopo la guerra… Forse è per questo motivo che cerco sempre di trovare una giustificazione ad ogni atto anche il più disumano:sono una biologa , so bene che quando l’uomo ha paura diventa il più “crudele” degli animali
Approfitto per rispondere anche a Luca, la mia frase “é ora di finirla ” era una mia considerazione ,non stavo mancando di rispetto a chi ha scritto l’articolo. Sessanta anni sono pochi per “tentare” di scoprire la verità storica.
Sono vivi ancora nella gente i risentimenti…,gli odi, il desiderio di vendetta ed allora…è facile travisare i fatti.
Vi ringrazio di avermi fatto passare un pò di tempo senza pensare al lavoro…E’ strano questo articolo è stato scritto un mese fa…non c’erano commenti ed ora invece.
Tra tutti preferisco spappolato ,almeno è sincero.
buon natale a tutti.
[Rispondi]
mercoledì 9 dicembre 2009 ore 16:14 - Permalink al commento »
Annamaria, spesso l’odio e tutti gli altri sentimenti sono l’unica cosa sincera che rimane…
E’ chi non li ha questi sentimenti che puo’ travisare… non chi ha la fortuna e l’onore di sentirsi raccontare queste storie da chi c’era o da chi non lo ha fatto di certo per mangiarsi la verità.
In generale la questione della revisione storica o della manipolazione di certi fatti non la metterei in relazione tanto ai sentimenti.. anche quando negativi.. e non sono per niente d’accordo sul fatto che scrivere articoli del genere significhi “tentare” di scoprire la verità storica.
Dobbiamo semmai guardarci dai tentativi di affossare e di camuffare la verità per “imporne” una loro (uso il termine che hai usato tu stessa), ma questo non accade di certo in un posto dove chiunque puo’ scrivere come questo sito (per questo ritengo non calzante la tua esortazione), bensi dove chiunque puo’ solo ascoltare (TV) ed inoltre reputo fuori luogo anche la tua equidistanza da rossi e bianchi (ex neri), poichè è ben evidente a quale parte politica fa comodo il revisionismo storico dell’ultimo secolo.
[Rispondi]
mercoledì 9 dicembre 2009 ore 22:40 - Permalink al commento »
Il revisionismo è essenzialmente un metodo di ricerca storica e come tale non ha colore politico .Croce scriveva che la Storia consiste nel guardare il passato con gli occhi del presente. Nessuna verità storica è per sempre…
Mi dispiace deludere Adriano :non sono stata una figlia dei fiori.Il “sessantotto” in Provincia è arrivato negli anni settanta ,settantadue.Nel settantadue insegnavo!!!
In compenso sono figlia di due fiori: mia madre e mio padre. Quando si sono sposati erano giovanissimi .
A 16 anni mio padre spalava carbone ,con il fucile di un soldato tedesco dietro le spalle ,sui treni merci che da Sulmona partivano per raggiungere i paesi della Linea Gustav.Non viveva tranquillo sotto la protezione di un padre fascista…
Sono cresciuta insieme a loro ,mi hanno insegnato ad amare la vita ,a desiderare un mondo diverso, a battermi per la giustizia.
“Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo…”
Bella la canzone di Gino Paoli, qualcuno dovrebbe cantarla e ripensare alla propria vita…
[Rispondi]
giovedì 10 dicembre 2009 ore 10:50 - Permalink al commento »
Quello che dici tu è il revisionismo storiografico, mentre quello che salta fuori quando si accusa di strumentalizzare ricordi e sentimenti per imporre una propria verità, è ben altra cosa, negativa, e purtroppo oggi molto di moda.
Ora non credo che sia calunnioso (come dici) riportare una testimonianza che mira a ripulire l’onore dei veri partigiani e a dare le giusta considerazione ad “altri”. Non si puo’ gettare con facilità un certo di tipo di accusa e nello stesso tempo evocare maggiore libertà di espressione (come hai fatto), se si vuole sindacare bisogna contestare adeguatamente con fatti e nomi, altrimenti limitandosi ad indicare il pericolo della strumentalizzazione emotiva è facilissimo passare per revisionisti dell’ultima ora.
[Rispondi]