Pensiero sul furto di Auschwitz
di Francescopaolo D’Adamo
La società moderna, ci ha trasformato in semplici numeri, codici fiscali.
Proprio come nei lager, dove le persone non avevano più significato, erano solo il numero tatuato sulla pelle. Da qui ho meditato il duplice significato del furto della scritta Arbeit macht frei rubata dall’ingresso del lager di Auschwitz.
“Noi non vogliamo essere numeri, come chi ha abitato questo posto. Rubando questa insegna, abbiamo scritto il nostro nome nella storia”.
Nessuno, con la crisi dei valori che si avverte nella società “moderna” vuole essere anonimo. Questa condizione rende infelici. Cosa ci faccio qui, come direbbe Bruce Chatwin.
Non esistono più quelle persone semplici che si accontentano della genuinità della vita, che godono della felicita del momento. Io ricordo ancora di persone che buttavano il sangue, è proprio il caso di dirlo, ed erano felici per un bicchiere di vino o per un piatto di carne, o addirittura il dolce, nel giorno della festa. Rivedo però quelle facce, quelle espressioni solo nel fondo dei miei ricordi o passeggiando nel cimitero.
Ora ognuno vuole apparire, ognuno vuole dire io sono, io sono stato. Di qui gesti come il furto dell’insegna del lager, l’aggressione a Berlusconi, la semplice apparizione in tv, l’atteggiamento arrogante e presuntuoso sul posto di lavoro.
Io sono, io faccio, io, io, io … Ma chi veramente può dire “io”?
E’ strano come la natura abbia dotato, l’animale considerato dagli umani il più stupido, (ma non lo è affatto) del verso che suona io, io, io. L’asino. L’unico animale che, con sopportazione, affronta le difficoltà della vita, accontentandosi di fieno e acqua e limitandosi a “ringraziare” con un I-oh, cioè io.
La scritta Arbeit macht frei è stata ritrovata, il nome di chi l’ha rubata resterà negli annali, sia che queste persone saranno considerate grandi, sia che le stesse saranno considerate stupide. Missione compiuta.
'Pensiero sul furto di Auschwitz' ha ricevuto 1 commento:
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lunedì 21 dicembre 2009 ore 12:14 - Permalink al commento
Francescopaolo,ti ringrazio,per il tuo articolo,mi da coraggio.Vivo in Germania da 40 anni,torno a Carpineto due volte al mese.Quando arrivo in macchina, non so se andare prima al cimitero a salutare gli anziani già morti e sentirmi a mio agio, oppure entrare in paese in un Bar e sentire discorsi balordi,quando arrivo ed è di giorno, vado sempre prima al cimitero e vado a salutare ,mia madre, mio padre e poi uno zio molto amico mio che diceva”Adriano,quando tornavo a casa ,guardavo dietro la porta, il sacco della farina,se non era vuoto,mi sentivo un leone ed ero felice”Mio zio aveva sei figli,non ha mai avuto un lavoro retribuito(anni cinquanta),ma come si faceva?Come riuscivano a sopravvivere .Si riusciva persino a ridere ed essere allegri.
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