Il film “Noi Credevamo” dimentica Panfilo Serafini


Suscita interesse e discussione il bel film di Mario Martone “Noi Credevamo”. Fra i tanti episodi e le tante ambientazioni, quella centrale colpisce, anzi ferisce. E’ quella dei patrioti mazziniani e liberali che marciscono nelle carceri borboniche. Nell’ orrido bagno penale di Montefusco, fra i molti, si distinguono Carlo Poerio e il Duca Sigismondo Castromediano. Mentre non compare il patriota sulmonese Panfilo Serafini che pure è stato, per anni, loro compagno di cella. E’ lo stesso Castromediano che, nel suo libro di memorie Carceri e galere politiche, ricorda il suo compagno di detenzione Serafini, esprimendo apprezzamento per la sua vasta cultura e preoccupazione per le sofferenze e la salute malferma del sulmonese. E il caso volle che, liberati dopo anni di galera, fosse proprio il Duca Sigismondo Castromediano a riconoscere il Serafini, al Largo Mercatello di Napoli, alla luce di un lampione, in un uomo che giaceva in un angolo e si lamentava con un “soffocante lamento” . Era svenuto, per fame. Nessuno degli uomini nuovi al potere si era ricordato di lui, che pure quella rivoluzione aveva voluto e per essa aveva pagato con sofferenze indescrivibili, che il film riesce a far rivivere meglio di quanto avrebbero potuto le parole. A chi conosce la tragica storia del Serafini, vedendo il film, è sembrato comunque di vederlo in quelle celle umidissime, fredde e buie, ricavate nella roccia, con le catene alle caviglie che lo legano ad un altro carcerato. Un eroe della più pura tradizione risorgimentale, un Silvio Pellico abruzzese. Aveva solo trentasei anni, quando, il 21 marzo 1854, fu condannato dalla borbonica Gran Corte Speciale di Aquila “alla pena di anni venti di ferri”. Prima al bagno penale di Montefusco, poi, insieme ai suoi compagni, a Montesarchio e, quindi, all’ergastolo di Procida. Furono le loro Guantanamo. Le lettere dal carcere del Serafini testimoniano le sue terribili sofferenze, i continui ascessi causati dai ferri alle caviglie, i frequenti sbocchi di sangue, la tisi. Distrutto nel fisico, ma non nello spirito, riuscì persino a scrivere un saggio sul Canzoniere di Dante, senza disporre del testo, che gli fu sempre negato. Passò “la sua vita – scrisse Benedetto Croce – fra triboli e dolori, (…) c’è una pagina che egli non scrisse con la penna ma col miglior sangue del suo cuore, e che con la penna trascrissero poi i magistrati che lo condannarono”. Grazie al mutato clima politico, il 29 agosto del ’59, fu graziato insieme ai suoi compagni, e assegnato al domicilio coatto sotto sorveglianza a Chieti. L’anno successivo, finalmente, Garibaldi, spazzando il regime borbonico, lo liberò del tutto. Il suo sogno dell’Italia unita, libera e indipendente, si era realizzato. Vi aveva speso la vita. La sua gioia era grande. Ma era anche l’ora dei gattopardi. Dopo il pietoso incontro con il Duca di Castromediano e dietro suo interessamento, gli offrirono un posto…da inserviente presso la biblioteca pubblica di Napoli. Rifiutò. Tornò a Sulmona, dove finalmente ottiene qualche modesto riconoscimento: l’incarico di assessore comunale e la presidenza di una società operaia. Sollecitato dagli amici a presentarsi candidato per l’VIII legislatura alla Camera dei deputati, nel collegio di Popoli, non viene eletto. Potè vivere grazie all’ospitalità di un amico vero, il dott. Giuseppe Di Rocco, che lo aveva già aiutato durante la detenzione. Allora, per essere autorizzato a scrivergli, Serafini lo aveva fatto passare per un parente, lo chiamava zio. Nella casa dell’ amico morì l’11 novembre del 1864, logorato dalle sofferenze patite. Aveva solo 47 anni. Serafini, al pari del Pellico, non era accusato di fatti di sangue. Il suo terribile crimine era un sonetto anonimo e un manifestino dal titolo “Protesta del popolo napoletano”, stampato dalla locale tipografia Angeletti e affisso sulla porta di casa del sindaco. Il sonetto fu attributo a Serafini dalla Gran Corte Speciale e così ritennero tutti gli studiosi sulmonesi. Ma Croce sostenne, sulla base delle testimonianze che aveva potuto raccogliere, che era stato scritto da Leopoldo Dorrucci, un dotto sacerdote liberale. Se Serafini, innocente, non ha tradito un amico, anzi ha scontato per lui la pena, ancora più nobile è la sua figura. Scriveva, nel 1913, il grande filosofo: “E’ trascorso quasi mezzo secolo dalla morte di Panfilo Serafini; ma il ricordo di lui, delle sue parole e azioni, di tutta la sua persona, è ancora così vivo e popolare tra i suoi concittadini come se egli si fosse dipartito da essi pur ieri. Il nome di Serafini si pronuncia con venerazione fra i paesani, con orgoglio e vanto ai forestieri”. I sulmonesi di Filadelfia avevano raccolto il denaro per ristampare le sue opere e per “porgli un monumento nella città natale”. La ristampa ci fu, ma non il monumento. Il suo corpo fu traslato molti anni dopo, nel 1881, nella chiesa della SS. Annunziata. Il suo ritratto postumo è opera di Teofilo Patini. Il pittore era molto orgoglioso del personaggio e del suo dipinto, tanto da chiedere, con parole solenni, che fosse “collocato in una delle migliori sale comunali perché il soggetto di questo mio quadro è degno di un culto cittadino”. Serafini è al centro, in piedi, austero e risoluto, la destra chiusa a pugno sul tavolo, la sinistra regge un libro, la fronte è alta e prominente, lo sguardo, acuto e penetrante, guarda lontano. E’ la figura di un Padre della Patria. Dimenticato. Anche dal film, che ricorda i suoi compagni ma non lui.

Ezio Pelino

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