Un mattino vastese

Raccontando il mio incontro con “la sciabbica” ho detto che presi allora l’abitudine di svegliarmi presto al mattino perchè ciò che vedi a quelle ore è qualcosa che ti toglie il fiato.
Queste sono foto recentissime di un mattino vastese; ancora bravo al mio “pusher” fotografico.

alba vastese alba vastese
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Il vecchio Tribunale

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Sono foto dell’interno, e qualche esterno, del nostro vecchio Tribunale; quando era insediato nel vecchio palazzo Genoa-Rulli di via Anelli, a Porta Nuova. Le ha fatte mio nipote Riccardo non più tardi di 2 anni fa’.

clickme E’ una testimonianza dell’antico splendore di certe palazzine dei notabili vastesi; notare gli affreschi ancora vividi, i bassorilievi d’ornamento, lo splendido cancello vetrato, il giardino interno con un colonnato che fa pensare essere stato un meraviglioso pergolato ricoperto di glicini.
La grande cucina col camino e la piccionaia nei pressi del terrazzo con vista sui tetti.

 
Ma è anche una testimonianza della nostra incuria e dello scarso amore per il passato.

Potrebbe essere uno stupendo circolo letteraio, con annessa biblioteca e salette di lettura e studio; luogo di convegni culturali e mostre.

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La Sciabbica

Subito dopo la frana del ’56, passai un periodo da sfollato alla marina.

Quella stessa primavera, ormai inoltrata, quando non c’era scuola, uscivo presto la mattina per caminare lungo la riva, dal pontile fino a Scaramuzze. Presto per un bambino ma già mattino fatto per gli adulti.

Uscendo di casa, la solita raccomandazione materna da qualche punto interno della casa “abbàde attà! nim’mette li pìte all’àcche”.

Non c’era ancora il lungomare Cordella e dalla strada ci si trovava direttamente sulla rena; solo case, attorno a Stella Maris, qualche bella villetta liberty lungo la strada, e alcune casette di legno che si usavano come rimesse di attrezzi per i pescatori.

La prima cosa che facevo prima di guadagnare la riva era procurarmi un bastone col quale avrei toccato e smosso tutto quello che mi sembrava sconosciuto; a quell’età non conoscevo quasi niente del mare.

La riva era ricca di sorprese per un bambino: alghe aggrovigliate, scure e variopinte, conchiglie vuote, granchietti ventre all’aria, barattoli, bottiglie, qualche pesce marcio coperto di api, gli stercorari sempre all’opera, pezzi di rete, tronconi di remi spezzati, funi, teli, i gabbiani che fingevano di non vederti ma a due passi volavano via …insomma una meraviglia per uno che non aveva mai notato tutte queste cose assieme. E lì a toccare tutto con la punta del bastone, timoroso che al primo contatto si svegliasse il mostricciattolo che ci stava dentro.

Eppoi l’alternarsi degli odori, dal salmastro delle alghe secche al putrido della seppia morta, dall’odore del sartiame delle paranze a quello delle cassette per il pesce vuote e accatastate sulle poppe degli scafi.

Imparai dopo ad apprezzare quell’odore di cassetta di pesce lavata nel mare e messa ad asciugare al sole!

Ma la visione più sorprendente erano le meduse spiaggiate; sembravano fiaschi di vetro afflosciati, alcune solo una poltiglia bianca gelatinosa, altre più consistenti, trasparenti e con un merletto bluastro tutt’intorno alla calotta, come certi vecchi lampadari delle cucine. Le pungolavo, convinto fossero ancora vive, le facevo tremolare, le sforavo e alla fine le martoriavo, con la sadica inconsapevolezza dei bambini.

Qualche adulto passava sulla riva, per lo più pescatori con calzoni arrotolati al ginocchio e strani arnesi sulle spalle; qualcuno borbottava da solo e pure gesticolava, come se si rivolgesse a qualcuno accanto a lui e che solo io non vedevo.

Giunto nei pressi di Scaramuzze rigiravo; ora avevo il sole negli occhi e faceva abbastanza caldo da avere voglia di trasgredire alle raccomandazioni materne. Infatti, all’altezza dell’albergo Nettuno ero già in acqua fino al limite dei calzoncini corti.

In una di quelle mattine, all’andata, rimasi colpito da uno strano groviglio, fatto di un po’ di ogni cosa che si trovasse sulla riva: alghe, pescetti piccoli, granchietti, galleggianti di sughero e altro ancora. Ancora dopo, fatto circa tre quattrocento metri, di nuovo un’altro “tarallo” indefinibile, e così fino a Scaramuzze. Tutt’attorno a questi strani grovigli, la rena era sconvolta da segni profondi.

La fantasia dei bambini corre, specialmente di quelli che come me stavano leggendo le storie di Giulio Verne. Decisi che erano il vomito, proprio così, il vomito di grossi delfini che durante la notte si spiaggiavano per riposare e digerire, e la mattina rimettevano gli scarti.

Ne ero così convinto che una delle mattine successive quando incrociai un bambino come me, accompagnato dalla mamma, appena mi fu vicino, senza che me lo chiedesse gli dissi “uàrde,..aècche a rijittète nu pesce grosse grosse”. La mamma lì vicino sentì tutto e scoppiò a ridere, “ma chi sti dicenne a lu fije mè? zizì.. sta munnèzze li làndene li pisciaiule ch’ fanne la sciàbbiche la matina preste,… ma come ci vì’appinzè …core di Jisì?”. E mi lasciò deluso ed umiliato, sotto lo sguardo del figlio che ridacchiando sembrava dirmi “ma sì pruprie scème”.

Fu mio padre, incalzato dalle mie domande, che mi spiegò brevemente la pesca a sciabbica, che si poteva fare la mattina molto presto, all’alzare appena del sole, perché poi con la luce piena i pesci non si facevano più fregare facilmente, e quei grovigli erano solo gli scarti del sacco di rete.

Le passioni forti nascono così, da piccoli e dalla curiosità incontenibile che solo a quell’età ti puoi permettere di assecondare. Appena l’inverno precedente, per me il pesce era solo un alimento buono, si, ma mi piaceva di più la coscia di pollo la domenica; sapevo anche dove si comprava il pesce, proprio più su di casa mia dove abitavamo prima alle Lame, al mercato di porta Palazzo, tra urla e schiamazzi, e faceva puzzare le mani di nonna per tutto il giorno. Ma da quelle passeggiate del mattino nacque una passione per tutto ciò che riguarda il mare che ancora oggi cresce e mi tormenta.

Arrivò l’estate e la chiusura delle scuole; il primo mattino utile sgusciai dalla porta socchiusa lasciata apposta così per far girare aria in casa nelle notti torride, uscii scalzo con gli zoccoli di legno in mano.

Era buio ancora, il mare un inchiostro di china, con la frangetta bianca delle onde del mattino.

Mi appostai nel tratto tra il canale di scolo, al tempo scoperto e olezzante, e il pontile: avevo saputo che da lì partiva la sciabbica.

La distesa di rena la vedevo a malapena con il riflesso delle poche luci della strada. Ero solo, non vedevo nessuno attorno, e tra l’altro ero infreddolito perché, ignorando che a quell’ora l’aria è frizzante, ero uscito come fosse una delle mie solite camminate. Mi accucciai vicino ad una matassa di reti e cercai di ripararmi come potevo; di rientrare a casa non se ne parlava proprio, mi avrebbero scoperto.

Forse mi appisolai intorpidito perché mi svegliai con uno sfrigolio ed un lampo. A pochi metri da me, e accoccolato come me, c’era una persona che si accendeva la pipa. Pochi secondi e mi arrivò al naso l’aspro odore di trinciato forte. Ancora pochi minuti e apparvero altre due sagome e pure loro si accucciarono salutandosi con una specie di grugnito. Qualche secondo ed ecco gli sfregolii e i lampi degli zolfanelli, e di nuovo l’odore forte di tabacco, stavolta diverso perché, come scoprii più tardi, era di toscanello misto alla sigaretta alfa.

Si era fatto un po’ chiaro, appena un’unghia di blu all’orizzonte. Mi mossi per stendere le gambe e finalmente uno di loro mi vide. “E tì chi ci fì aèsse? … mamète li sa? …e tà fatt’ascè a chist’are?” . A tutte quelle domande a ripetizione risposi solo con il gesto del braccio steso e con il dito che indicava le case popolari lì vicino.

Gli altri si misero a ridere e qualcuno chiese: “saccè si minute pi t’abbuschè na scafettalle…”, capii che ridevano, “però fije mè adà fatijè, …ti la’dà abbuschè”.

Mentre guardavo le sagome e rispondevo di sì col capo, dietro di loro, da uno dei capannoni di legno sulla strada, si aprì un riquadro di luce tremolante. Un’altra sagoma si sporse dal riquadro ed emise un verso tipo “oheeé” nella nostra direzione. I tre i alzarono e in silenzio andarono verso il capanno; ormai il chiarore era sufficiente per distinguere le sagome.

Ma ce n’erano molte di più attorno, quindici forse venti persone; erano arrivate in silenzio e non me ne ero nemmeno accorto.

Dal capanno uscì una specie di corteo; su due lunghi remi, distesa come su una barella, c’era una enorme ciambella di rete da pesca e quattro persone la stavano portando frettolosamente verso la riva; dietro altre persone portavano vari attrezzi e dei canestri cammindo in fila proprio come in processione.

Quelli che portavano la rete ansimavano sotto il suo peso e sbuffavano fumo dai sigari e dalle pipe che avevano in bocca. La portarono affianco ad una barca che stava in riva ma all’asciutto.

Quello che mi sembrava il capo era il più giovane, aveva i baffetti come mio padre e i capelli unti e all’indietro. Mi fece pensare a quegli attori che vedevo nelle pagine dei fotoromanzi che leggeva mia madre, Bolero e Grand Hotel; si, somigliava proprio ad Amedeo Nazzari.

Saltò sulla barca con il capo di una fune tra le mani; in piedi sulla plancia di poppa cominciò ad arrotolare con ampi giri la fune che gli altri a terra gli passavano. La fume usciva dal covone di rete appoggiato a terra sui remi. Man mano dalla fume arrivò la rete e l’arrotolamento si fece più lento e accurato.

clicca per ingrandire Le due persone a terra curavano che dalla matassa la rete uscisse senza nodi e secondo un verso che mi sfuggiva allora; ogni tanto il movimento si fermava perché un groviglio andava districato oppure perché qualcosa era rimasto impigliato nelle maglie e andava tolto, ogni volta accompagnato da qualche imprecazione “sanghe de la …”, “puzz’aittè lu sanghe”. Dai gesti capivo che la rete diventava sempre più pesante perché, come seppi dopo, andava allargandosi al centro della lunghezza per poi decrescere fino all’altro capo.

Gli altri marinai facevano poco o niente; erano appoggiati alle altre barche e si scambiavano qualche parola tra loro. Erano quasi tutti anziani, vestiti quasi allo stesso modo, ormai non più tanto forti da potersi imbarcare sui pescherecci; più che vestiti erano coperti alla meglio: vecchi maglioni pieni di buchi rammendati alla meglio, calzoni arrotolati alle ginocchia e tenuti da cinture fatte con strisce di rete, coppole deformi in testa e … una strana bandoliera sul petto.

Mi sembrò allora quella dei carabinieri; era fatta con una striscia di tela di vela a forma di cappio che si passavano sulla spalla e scendeva fino alla cintura, finiva con un pezzo di corda che all’estremità aveva un grosso nodo con cui intanto giocherellavano rigirandoselo tra le dita. Capii più tardi la sua funzione.

Finalmente si accorsero di me “ma stù bbàrdasce acc’appartine?”, “chiss’ì lu feje?”. Provai a spiegare chi era mio padre.

“Me…mè…haie capete” e rivolgendosi agli altri “qussù jè lu nupauate di Niculeine…. che teneva la maje che si chiameve Cunzeie…e steve di chese a la vie di Sandamarè”.

Ma un altro lo contestò “ma chi’ttacchìnde…Nuculeine sà spusete na fije di Zumballaire che teneve na chese a vì di Bonconsiglie”, “embè?…e jè caje dette? Prupie cullì..e lu petre di sù uajione jè lu feje di mastre Giuvuanne de Prengipe che faceve lu fabbricatare”.

Alla fine dopo una consultazione a cinque riuscirono ad individuare chi ero, ma nessuno usò mai il mio cognome o il nome di mio padre o di mia madre; tutte le ricerche girarono attorno ai miei nonni e ai bisnonni, soprannomi, mestieri e quartieri, ma il cognome niente.

Intanto la rete era stata tutta trasferita sulla barca, furono passati anche i remi al capo barca e mentre lui li sistemava, alcuni pescatori misero delle traversine davanti alla prua e vi spinsero la barca sopra che così scivolò fino all’acqua, con tutto il capo sopra che armeggiava ancora con le attrezzature.

Ci fu una certa agitazione nel gruppo, ognuno sapeva quello che doveva fare e tra “jamme sì.., s’ha fatte jurne…, mo’ si fa tarde … jamà meuve”, la barca cominciò a spostarsi al di là del pontile e subito dopo virò per prendere il largo con un uomo ai remi e il capo che dato la fune ad un pescatore a terra, cominciò a srotolare la rete man mano che la barca si allontanava.

Intanto il gruppo iniziale si era diviso in due, e una metà cominciò ad allontanarsi verso Scaramuzze: “Mbuà Gisà, ti vi’nghimmà, …mo’ jeme tì, Dumèiniche e Vingenze, e piure Tumuasse e Micchele, …jamme sì…” e si avviarono. Era la quadra che avrebbe preso l’altro capo della rete.

Le albe dal mare sono tra gli spettacoli più belli della natura e nessuno dovrebbe essere obbligato a lasciare il proprio paese dove ci sono albe così.

L’orizzonte s’era tinto di rosa con sfumature di grigio tortora, e il mare sembrava argento fuso; la barca filava lenta proprio verso lo spicchio di sole che spuntava. Mi girai verso l’interno ed ecco la cartolina della mia città; la marina era ancora in ombra ma in alto stavano arrivando i primi raggi del sole. Le facciate delle case si illuminarono, anzi si accesero, …Miramare, il muraglione della loggia Amblingh, il profilo della torre di Santa Maria, il palazzo D’avalos…e poi la ferita della frana, come se nella luminaria alcune lampadine fossero state spente.

Presi allora l’abitudine di svegliarmi presto al mattino e ancora oggi, quando mi appresto ad alzarmi dal letto, per qualche istante mi inganno con il pensiero che tra poco scenderò alla marina e mi godrò un’altra alba così.

Intanto la barca stava disegnando un semicerchio in mare; s’era allontanata non oltre un centocinquanta metri dalla costa e ora stava accostando per riportarsi a riva. La rete distesa in mare si poteva intravedere tra i luccichii della superficie perché si scorgevano i galleggianti di sughero posti ad intervalli costanti sulla fune superiore.

Io non sapevo cosa fare, se fermarmi con la prima squadra o correre verso la seconda. Scelsi la seconda perché avrei potuto vedere l’accosto a riva della barca e le manovre del capo. Però dovevo correre sennò mi perdevo lo spettacolo.

Il rematore smise e ritirò i remi in barca; il capo saltò in acqua con la fune e lo passò ai pescatori; così cominciò il traino della sciabbica.

Il primo pescatore fece un cappio con la corda che aveva alla sua bandoliera sulla fune e cominciò a tirare con passo all’indietro; il nodo che avevo visto sul capo della corda quel mattino capii che serviva per bloccare la presa. Subito davanti a lui si agganciò un altro pescatore, a circa quattro metri, e poi ancora un altro fino a tutto il gruppo di sei sette persone.

Dall’altra parte stavano facendo le stesse operazioni.

Il movimento era sincronizzato e aveva un suo ritmo misterioso, come se dalla fune ogni pescatore ricevesse un segnale per adeguare il passo… uno due tre…uno due…uno…uno due…

I pescatori era praticamente appesi alla bandoliera riversi all’indietro; erano tutti inclinati dello stesso angolo rispetto al terreno, facevano passi regolari all’indietro ma in parte deviando verso l’altro gruppo. Mano a mano che il traino procedeva la distanza dei due gruppi diminuiva, l’ultimo che si sganciava dalla fune provvedeva a riavvolgere l’aspo a terra e a spostarlo prima di riportarsi in acqua e ricominciare il suo turno di tiro.

Provai anch’io ad aggrapparmi con le mani alzate sulla testa per agguantare la fune; all’inizio mi rendevo conto che mi muovevo scomposto ma dopo qualche minuto cominciai a sentire il segnale della fune e senza pensarci mi adeguai al ritmo. Era bellissimo, sentivi proprio il segnale del momento in cui dovevi muoverti, sincronizzato con gli altri. Era come far parte di un balletto e riuscire a farlo bene senza che nessuno te l’avesse insegnato.

Il marinaio più vicino dietro di me mi osservava sorridendo e mi incoraggiava: “brave, brè.. accusciè adà fè… ma ’ntaffuchè sinnà ti stènghe sìbbite”.

Un paio di volte caddi addosso al pescatore che riordinava la corda dietro tutti: “uhè …abbètte ca ti fì mele… e doppe mamète ti ci mème assàpre”.

La fune bagnata mi bruciava le mani che intanto cominciavano ad arrossarsi, ma il gioco mi aveva preso e ogni volta che la lasciavo tornavo di corsa in avanti, tanto in fretta che dovevo aspettare che uscisse un tratto sufficiente di fune per potermi agganciare di nuovo. Notai che altre persone, di passaggio, si agganciavano e per qualche minuto partecipavano alla sciabbica sotto gli sguardi pazienti e tolleranti dei pescatori. Alcuni scivolavano sul bagnasciuga prima di apprendere il ritmo giusto. Era proprio una saga comune alla quale non potevi resistere: le luci meravigliose dell’alba, il suono delle onde e dei passi in acqua, il fresco dell’aria, gli odori della pesca e del tabacco dei pescatori, i loro gesti lenti e i loro sguardi che ti incoraggiavano.

Chissà a quanti ragazzini come me quei pescatori avevano fatto la stessa impressione e avevano dato gli stessi consigli, e ora a distanza di anni siamo ancora qui a ricordarli.

Le due squadre erano ormai vicine, a qualche diecina di metri; la linea dei galleggianti si vedeva chiaramente e all’interno lo specchio d’acqua ogni tanto di increspava per poi tornare lucido; mi dissero poi che erano piccoli branchi di sardine rimaste catturate nella rete.

Ogni tanto un pesce più grosso saltava oltre la rete e si liberava; i pescatori commentavano questo fatto e si preoccupavano che non ce ne fossero tanti a sfuggire.

La fune era ormai finita e cominciavano ad affiorare i laterali della rete; un paio di pescatori andarono dietro l’anello della rete e tenevano sollevato il bordo per evitare che i pesci continuassero a saltellare fuori. Quando vedevo un pesce che nonostante tutto riusciva a saltare, non so, ma ero contento, in fondo eravamo noi a disturbarli nel loro mare: così la mente di un bambino.

Ora uscivano anche i galleggianti e i pescatori dovevano arrotolare la rete prima di agganciarsi e tirare; il cappio della rete era sempre più piccolo e le increspature coprivano quasi completamente lo specchio interno.

Ancora pochi metri e la rete fu tirata completamente a riva e il pescato rovesciato sulla rena del bagnasciuga.

L’eccitazione era salita alle stelle, cercavo di guardare il groviglio di pesci che brulicava sulla riva infilandomi tra le gambe dei pescatori che avevano formato un cerchio attorno.

C’erano sardine, piccoli pesci molli, gragnoletti, qualche piccola sfoglia, baraculelle, qualche sarago, qualche sughero, insomma la fragaglia, e tante alghe e meduse.

Quando tutto fu a terra, il capo coi baffetti si avvicinò con una cassetta e cominciò a selezionare il pesce buono e a scartare quello rovinato che lasciava a terra. In verità non scartava molto anche perché nonostante un’ora buona di lavoro il pescato non era abbondante, e lo si capiva anche dalle facce un po’ deluse dei pescatori.

Intanto mentre il capo finiva di riordinare la cassetta si era riavvicinata la barca e sembrava pronta per iniziare un altro giro. Infatti dopo la fase iniziale in cui tutti erano lì a commentare il pescato, alcuni pescatori avevano ripreso a riordinare la rete e a riformare la grossa ciambella che avevo visto al mattino. In breve fu pronta e rimessa sulla poppa della barca.

Il sole era ormai completamente oltre l’orizzonte e io ero assetato e mi sentivo le guance a fuoco.

Riguardai il cumulo di alghe e meduse lasciato a riva, qualche granchietto si era agganciato a pezzi di pesce e cercava di trascinarselo a mare. Le meduse più grandi si muovevano ancora e io nonostante il ribrezzo avrei voluto rimetterle in acqua.

La manovra della sciabbica si stava ripetendo; di nuovo alcuni pescatori si riaccesero pipe e sigari e si avviarono all’altro capo. Quelli con i quali avevo parlato al mattino mi guardarono interrogativi, “embè…, ti si giè stanghète… mo vè lu belle e ti ni vu jè”. Avevo voglia di rimanere ma temevo che i miei mi venissero a cercare; sembrò che l’avessero intuito: “ti paure di pètte?.. ndi priuccupè… si vè aecche l’aggiusteme nì”. Così mi feci l’altro giro e poi il terzo nei pressi di Scaramuzze.

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L’ultima pescata fu più fortunata e arrivò un po’ di gente a curiosare.

Mi bruciavano le spalle e mi dolevano le mani, ma ero troppo eccitato per pensarci. Uno dei pescatori che si era accorto delle mie mani arrossate venne vicino e mi spalmò sulle palme la ‘nzògna, un grasso indecifrabile che serviva per lubrificare le traversine e far scivolare le barche. L’odore era penetrante ma non puzzava troppo, fatto sta che il dolore sembrò alleviarsi un pochino.

Il capo questa volta aveva una cicca in bocca e accoccolandosi a terra cominciò a spartire il pescato tra i pescatori, facendo tanti mucchietti che alimentava a rotazione con pesci uguali.

Allora uno di loro che mi teneva la mano sulla spalla gli disse “e a stù bardassce ni’jattocche niende?… caccusarelle ja da dè… jè da stammateine ca ji ve appresse”. Il capo mi guardò forse per la prima volta “ma ti ‘nzi lu fejie di Ginnarine?”, accennai di sì, “mamète gna stè?… e li sòra tu? … nin’d’arricurde di mà …eh? Je stève di chese a lu casarèine … arréte a la case di sciorte Giuvuanne … doppe, la frene ja mannete sperse a tutte quende”. Così prese un ciuffo di alghe, ne fece una specie di nido, dentro ci mise qualche pesciolino e una seppiolina e me lo porse.

E quella fu la mia prima paga e negli anni a venire nessuno mi pagò di più.

Tornando verso casa con il prezioso bottino ritrovai i mucchi di scarto delle pescate precedenti, alcuni bambini già ci giocavano attorno e mi venne voglia di spiegare loro che non si trattava del vomito dei delfini. Ormai sapevo tutto.

I pescatori vastesi

paranzallancora.jpgParliamo dei pescatori, di quelli di quando il muro delle lame era ancora in piedi, tanto per datare la cartolina.
C’erano le barche a vela latina, unica e triangolare. Ogni famiglia aveva i suoi colori e disegni per essere riconosciuta. Uscivano la mattina presto e rientravano la sera all’imbrunire. Il muro delle lame a quelle ore si riempiva di donne affacciate a scrutare il mare. Erano mogli e madri; chi sicura e avvezza all’attesa, sferruzzava e chiacchierava con le vicine, le più giovani erano nervose e si aggiustavano continuamente lo scialle in testa. Il mare sapeva essere generoso ma spesso anche crudele e capriccioso. Le paranze sbucavano una ad una dalla sinistra, dove ora c’è la sirenetta; le donne riconoscevano i colori delle vele e quando scorgevano quella della propria famiglia si illuminavano i volti di gioia e dopo un po’ rientravano a casa a preparare la cena per i loro uomini che tra poco sarebbero arrivati. Le paranze ammainavano a pochi metri dalla riva; marinai di terra, anziani con qualche acciacco, preparavano subito assi di legno cosparsi di sugna sui cui facevano scivolavare le chiglie tirate a riva da cavi d’acciaio arrotolati da grossi mulinelli azionati a mano sulla spiaggia.
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Il pescato, durante il ritorno, era già stato ordinato per tipo su un tappeto di alghe in larghe e piatte ceste di vimini. I pescatori saltavano dalle barche, con i pantaloni arrotolati sopra le ginocchia (li saliparille), si caricavano sulla testa i cesti di pesce e scalzi e a piedi risalivano dalla marina fino a Porta Palazzo dove si imbastiva il mercatino serale. I ghiottoni di pesce erano lì ad attenderli come cani da punta.
La vendita era affidata ad altri pescatori soci di fatto, mentre quelli che avevano pescato e trasportato si asciugavano e pulivano i volti imbrattati di fiele di seppia colato dai cesti. Fino a qualche anno fa’ c’era ancora la fontanella dove si lavavano. L’odore tutto intorno alla piazza era straordinario e le voci delle trattative era qualcosa di indimenticabile: chiamate sberleffi discussioni sul prezzo, tutto nel più sguaiato dialetto vastese. Mizzanille, panocchie, cianghette, siccitelle, murlucciatte, …. Qualche volta mi capitò di assistere al rito della scafetta, cioè della spartizione di una parte del pescato tra la ciurma della stessa paranza. Era la parte meno nobile del pescato, magari pesce piccolo e un po’ danneggiato, per questo non andava bene per il mercato. La ciurma si accovacciava a formare un cerchio sulla riva. Il capopesca prendeva dal mucchio sotto di sè e distribuiva un pesce per volta, dello stesso tipo, in senso orario a ciascuno dei compagni; egli solo giudicava l’equità della distribuzione e per quante volte ho assistito, non ho mai sentito una protesta. La scafetta era quindi il soprassoldo della paga, ed è rimasto sinonimo di un paio di libbre di pesce misto, adatto per la frittura o nu bruduttuccie. Non so voi, ma per me na scafetta vale molto di più di una spigola al sale.
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un pescatore di Vasto nel 1925:
Michele Ruzzi detto Varvajilate (Barbagelata)

Emigranti

Molti anni fa’ sono stato a New York per lavoro.
Mio padre volle a tutti i costi darmi il nome di un amico che doveva trovarsi lì da oltre 50 anni e mai tornato: mi dette solo un vecchio indirizzo, dalle parti del porto mercantile.
Avevo una giornata libera e senza alcuna illusione ma per rispetto di mio padre provai a cercare quella persona.
Mi ritrovai in un quartiere semi abbandonato; vecchi magazzini per i cereali, uffici delle dogane con cartelli staccati per metà, palazzi scuri e tetri tutt’intorno.
A poche centinaia di metri c’era l’oceano e i moli d’attracco delle navi.
Mi prese un’angoscia indescrivibile; pensai a casa mia, a mia moglie ai miei figli, ma non saprei dire perché.
Ero un giovane laureato, conoscevo la lingua, viaggiavo già da anni, avevo letto molto degli USA e della città di NY; avevo appena lasciato l’albergo ipermoderno in uno dei tanti grattacieli, tra un paio di giorni avrei ripreso l’aereo per l’Italia; perché allora quell’angoscia? quel desiderio di ripartire subito e tornare al conforto delle mie cose?
Mi tornarono allora in mente i miei nonni che arrivarono proprio lì molti anni prima. Analfabeti, stanchi di un viaggio impossibile, sprovveduti, senza sapere niente di cosa aspettarsi da una città così diversa da quella piccola cara e lontanissima Vasto.
Se a me faceva quell’effetto, loro cosa avranno provato spostandosi la coppola sulla fronte e girando lo sguardo attorno? Avranno cercato un comignolo, una cantina, un negozio, un vicolo, una insegna in italiano, qualunque cosa di familiare; ma dov’erano arrivati? Piccoli uomini impauriti, precipitati in un mondo sconosciuto, senza niente altro che il coraggio della disperazione.
Io potevo telefonare alla prima cabina che trovavo, e l’ho proprio fatto, con sorpresa dei miei che mi chiedevano preoccupati da tante mie domande sulla loro salute e sul clima, quando ci eravamo sentiti appena la sera prima.
Loro no, avrebbero ricevuto una lettera da casa, magari scritta da don Romeo Rucci, mesi e mesi dopo la loro partenza e quella lettera l’avrebbero fatta rileggere diecine di volte immaginando e sentendo la voce dei loro cari.
Trovai una stazione di polizia e chiesi informazione su quell’indirizzo; mi mandarono in un ufficio comunale dove c’era un’anagrafe immobiliare di quella zona. Il cognome c’era tra le famiglie passate in quel quartiere; il nome era diverso ma familiare, il nostro patrono Michele.
Presi indirizzo, elenco telefonico e “alò, Maurizio speaking, from Vasto, Italy…, I’m looking for…”. “Uè paisà..”
Incredibile, aveva detto paisà, come nei film del padrino.
Non era lui ma il nipote, sapeva dire solo paisà e commo staje. Ci mettemmo d’accordo per il pomeriggio, abitavano a Staten Island e per andarci ho attraversato il Verrazzano Bridge.
Quando sono arrivato, non mi crederete, ma ho trovato una cinquantina di persone, tra parenti e altre famiglie vastesi. Mi hanno seppellito di baci e abbracci, strattonate a destra e sinistra, e non mi avevano mai visto prima.
Mi sono ritrovano nel salotto di una tipica casa di americana, di quelle che si vedono nei serial e che volano via con gli uragani. Le poltrone con la protezione di plastica e la gondola nella libreria.
Erano le tre di pomeriggio e avevano atteso me per pranzare, io invece l’avevo fatto ma non ebbi il coraggio di dirlo. Un catino enorme di cockles aperte (cozze), un metroquadro di melanzane alla parmigiana, fettine panate e ogni altro ben di dio.
Hanno voluto sapere tutto di Vasto, e io già non ci vivevo più da diversi anni.
Se c’era ancora questo o quest’altro; quella casa, quel negozio, e così fino al tardo pomeriggio.
Mi hanno mostrato centinaia di foto e cartoline e piangevano mentre me le spiegavano. Il fatto strano è che piangevano gli uomini mentre le donne li consolavano: “meine marite me’, fatte capace, mo sti a la meriche”. Poi mi portarono dai vicini americani come fossi un trofeo; mi fecero visitare la scuola dei figli e mi presentarono il sacerdote della cappella. Uno di loro scoprì che a Vasto abitavo affianco di casa sua; era un pellicciaio e mi raccontò che aveva confezionato alcune pellicce per la moglie di Regan; io gli ho creduto all’istante.
La sera vollero riaccompagnarmi in albergo e vennero con tre macchinoni. Nella hall dell’albergo fecero un casino infernale di saluti e mi consegnarono lettere da spedire in Italia.
Io non sapevo come contraccambiare tutto questo e sapevo che non era per me, ma per quello che rappresentavo il quel momento per loro: io poche ore prima ero a Vasto nel loro paese natio.
Quasi mi annusavano per sentire odore di casa, se avessero potuto mi avrebbero aperto il cervello per guardare le immagini impresse della città.
Non avendo altro ho dato loro i giornali italiani presi in aereo e alcune cartoline di Vasto che avevo nell’agenda di lavoro.
Non potrò mai dimenticare quel giorno: non avrei mai immaginato quanto amore e nostalgia si portano dentro queste persone. Avevano tutti una buona posizione, i figli nati in america ci guardavano divertiti e ogni tanto si intromettevano con frasi mezzo vastesi ma di un vastese antico, e i padri “Sciarap!”, storpiando shut-up.
Erano partite con le pezze al culo, ora vivevano dignitosamente eppure rimpiangevano la casarelle del paese loro.
Quando salutai per ultimo la persona segnalata da mio padre, mi chiese di portargli un biglietto chiuso in una bustina.
Mio padre l’aprì, lo guardò qualche secondo e gli occhi gli si riempirono di lacrime. Lo lasciai solo e non ho mai saputo cosa c’era scritto in quel biglietto.
A loro non era solo il paesello che mancava, ma anche quelle amicizie che resistevano a distanza di cinquant’anni.