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	<title>Vastesi.com &#187; Storia</title>
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		<title>Dal Texas sui passi del padre lungo il sentiero della libertà</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Jan 2011 14:38:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ezio Pelino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ il 13 gennaio 2011. Mentre scrivo, un signore inglese di una sessantina d’anni, accompagnato dal cognato, è in cammino da Sulmona a Casoli attraverso la Maiella innevata, lungo il tracciato de  “Il sentiero della libertà”. Si chiama Andrew Hill. E’ venuto da oltre Oceano, dal  Texas, da Huston, al solo scopo  di ripercorrere la grande montagna abruzzese, quella che aveva  restituito la libertà al padre, Rodney, un soldato della Royal Artillery. Prigioniero a Fonte d’Amore, fuggiasco, era tornato ad essere un uomo libero su quel valico e, ricongiuntosi ai suoi commilitoni,  al di là della linea Gustav, un combattente. Il figlio  ha scelto volutamente lo stesso giorno e lo stesso mese di 67 anni fa, di quel tragico 1944, con l’Italia spaccata in due, a nord della Maiella i tedeschi, a sud gli Alleati.</p>
<p><a href="http://www.vastesi.com/blog/wp-content/uploads/2011/01/Hill-cognato.jpg" rel="lightbox[5025]"><img src="http://www.vastesi.com/blog/wp-content/uploads/2011/01/Hill-cognato-300x225.jpg" alt="" title="Hill &amp; cognato" width="300" height="225" class="left" /></a>La montagna abruzzese ha tante cose da ricordare a  lui , che bambino e giovinetto,  ha sentito  chissà quante volte  raccontare dal padre quell’avventura, fra speranza e timore, sulle nevi di quell’inverno  freddissimo, con i tedeschi che pattugliavano i valichi di frontiera. Andrew ha voluto realizzare  un sogno che coltivava da tempo. Ritrovare in qualche modo il padre, camminando sui suoi passi e rivivendo le sue stesse emozioni. Suo padre è stato uno dei tanti che conobbero le asperità e le insidie della montagna in quei tempi di morte. Furono molte, infatti, le “traversate” della Maiella da parte di prigionieri alleati,  di antifascisti, di renitenti alla leva di Salò, di ebrei. Solitamente venivano accompagnati da volontari locali che facevano da guide. Dalla data, 13 gennaio,  che è la stessa della traversata di John Esmond Fox, autore del libro “Spaghetti e filo spinato” (traduzione liceo scientifico Sulmona, 2002), è facile arguire che Rodney era nel suo stesso gruppo, che la guida  era Domenico Silvestri di Cantone, che  erano circa cento uomini, che si erano messi in marcia alle quattro del pomeriggio, che raggiunsero Casoli alle 11 del mattino del 15 gennaio dopo un cammino di 36 ore, che arrivarono solo in 47 e 22 di essi  furono ricoverati in ospedale per congelamento o per spossatezza. Dice sconsolato Fox: &#8220;Non sono mai stato in grado di sapere che cosa accadde agli altri&#8221;.</p>
<p>Le ricerche del laboratorio di storia del liceo scientifico di Sulmona, negli 1992-2005, hanno permesso di ricostruire l’epopea delle fughe verso il sud, attraverso la memorialistica inglese, parte tradotta e parte da tradurre, riscontrata sulle testimonianze locali. E’ stato possibile  così, conoscere i nomi di quei coraggiosi che  rischiavano la vita per traghettare quegli uomini attraverso i valichi montani, come pure conoscere i personaggi più importanti che trovarono la salvezza sul sentiero della Maiella e  ricostruire le  date  e gli esiti fortunati o tragici delle spedizioni. Sappiamo, per esempio, che Domenico Silvestri fu una delle guide più attive e che al filosofo Guido Calogero che gli offriva del denaro, rispose con grande dignità: &#8220;Se vi porterò oltre le linee,  lo farò senza compenso: non si fa mercato della vita umana&#8221;. Sappiamo che lo stesso Silvestri e il suo gruppo in un’altra spedizione, l’11 marzo &#8216;44, finirono in mano dei tedeschi. Ce lo racconta Mario Colangelo di Bugnara, scomparso recentemente. Avevano superato la Maiella, erano discesi alla valle dell’Aventino, ma  quando  presero a salire per Lettopalena,  i tedeschi iniziarono a sparare con le mitragliatrici. Chi scappava, chi si riparava dietro dei grandi massi, chi, armato, rispondeva al fuoco. Alcuni saltarono sulle mine. Molti  tornarono ad essere prigionieri. </p>
<p>Sappiamo che persino il parroco di Bugnara, nonostante fosse centurione cappellano della Milizia, ospitava in canonica gli organizzatori delle “traversate”. Carlo Azeglio Ciampi e Calogero frequentarono per questo scopo la canonica e una volta dovettero velocemente dileguarsi per l’improvviso arrivo del tedeschi. Il sottotenente Ciampi partì il  24 marzo del ‘44 con la guida Alberto Pietrorazio e poté ricongiungersi al suo reparto Autieri a Bari. La sua spedizione fu fortunata, nonostante una terribile tormenta che causò l’abbandono lungo la strada di molti compagni e disorientò la stessa guida, tanto che un certo Mario ( Di Cesare o Grande?) si decise a prendere il suo posto e lo stesso Ciampi  si dette da fare con la sua piccola bussola. Su quell’ impresa scrisse un prezioso diario, poi regalato al liceo scientifico di Sulmona, a riconoscimento dell&#8217; attività storiografica svolta, e pubblicato, nel 2003, dalla Laterza. </p>
<p>Il libro più affascinante sulle traversie dei prigionieri di guerra  è dovuto alla penna di  un grande scrittore e poeta sudafricano, Uys Krige, divenuto nel dopoguerra amico di Ignazio Silone, che  del suo libro dice: “costituisce l’elogio più sincero e serio che sia stato scritto sulla gente di questi monti”. Si tratta di “The way out”, tradotto dalla Vallecchi nel 1965 con il bel  titolo “Libertà sulla Maiella”. Andrew Hill, il romantico angloamericano che è tornato sulla Maiella, ha portato con sé un prezioso diario di guerra, quello del padre, che conferma,  fra l’altro, un eccezionale antefatto già narrato dal libro &#8221; E si divisero il pane che non c&#8217;era&#8221;, 2009.  Rodney Hill era fra quella decina di  prigionieri che furono fatti fuggire rocambolescamente dall’ospedale dell’Annunziata di Sulmona con delle lenzuola annodate. La temeraria e quasi folle operazione era stata organizzata dal gruppo locale che aiutava  i tanti prigionieri di guerra fuggiaschi, con  la complicità di due medici dell’ospedale.  </p>
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		<title>Il film “Noi Credevamo” dimentica Panfilo Serafini</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Dec 2010 14:24:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ezio Pelino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Suscita interesse e discussione il bel film di Mario Martone “Noi Credevamo”. Fra i tanti episodi e le tante ambientazioni, quella centrale colpisce, anzi ferisce. E’ quella dei patrioti mazziniani e liberali che marciscono nelle carceri borboniche. Nell’ orrido bagno penale di Montefusco, fra i molti, si distinguono Carlo Poerio e il Duca Sigismondo Castromediano. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.prolococasteldisangro.it/immagini/Ritratto-di-Panfilo-Serafin.jpg" class="left"/>Suscita interesse e discussione il bel film di Mario Martone “Noi Credevamo”. Fra i tanti episodi e le tante ambientazioni, quella centrale colpisce, anzi ferisce. E’ quella dei patrioti mazziniani e liberali che marciscono nelle carceri borboniche. Nell’ orrido bagno penale di Montefusco, fra i molti, si distinguono Carlo Poerio e il Duca Sigismondo Castromediano. Mentre non compare il patriota sulmonese  Panfilo Serafini  che pure è stato, per anni, loro compagno di cella. E’ lo stesso Castromediano che, nel suo libro di memorie Carceri e galere politiche, ricorda  il suo compagno di detenzione Serafini,  esprimendo apprezzamento per   la sua  vasta cultura  e   preoccupazione per le  sofferenze e la salute malferma del sulmonese. E il caso volle che, liberati dopo anni di galera,  fosse  proprio  il Duca Sigismondo Castromediano a riconoscere  il Serafini,  al Largo Mercatello di  Napoli,  alla luce di un lampione, in un uomo che giaceva in un angolo e si lamentava con un  “soffocante lamento” . Era svenuto, per fame. Nessuno degli uomini nuovi al potere si era ricordato di lui, che pure quella rivoluzione aveva voluto e  per essa aveva pagato con sofferenze indescrivibili,   che il film riesce   a far rivivere meglio di quanto avrebbero potuto le parole. A chi conosce la tragica storia  del Serafini, vedendo il film,  è sembrato comunque di vederlo in quelle celle umidissime, fredde e buie, ricavate nella roccia, con le catene alle caviglie che lo legano ad un altro carcerato. Un  eroe della più pura tradizione risorgimentale, un Silvio Pellico abruzzese. Aveva solo trentasei anni, quando, il 21 marzo 1854, fu condannato dalla borbonica Gran Corte Speciale di Aquila “alla pena di anni venti di ferri”. Prima al bagno penale di Montefusco, poi, insieme ai suoi compagni, a Montesarchio e, quindi, all’ergastolo di Procida.  Furono le loro Guantanamo.  Le lettere dal carcere del Serafini testimoniano le sue terribili sofferenze, i continui ascessi  causati dai ferri alle caviglie, i frequenti  sbocchi di sangue, la tisi. Distrutto nel fisico, ma  non nello spirito,  riuscì  persino a scrivere  un saggio sul Canzoniere di Dante, senza  disporre del testo, che gli fu sempre negato. Passò “la sua vita &#8211; scrisse  Benedetto Croce &#8211; fra triboli e dolori, (…) c’è  una pagina che egli non scrisse con la penna  ma col miglior sangue del suo cuore, e che con la penna trascrissero poi i magistrati che lo condannarono”. Grazie al mutato clima politico, il 29 agosto del ’59, fu graziato insieme ai suoi compagni, e assegnato al domicilio coatto sotto sorveglianza  a Chieti. L’anno successivo, finalmente, Garibaldi, spazzando il regime borbonico, lo liberò del tutto. Il  suo sogno dell’Italia unita, libera e indipendente, si era realizzato.  Vi aveva speso la vita. La sua gioia  era grande. Ma era anche l’ora dei  gattopardi. Dopo il pietoso incontro con il Duca di Castromediano e dietro suo interessamento, gli offrirono  un posto…da inserviente  presso la biblioteca pubblica di Napoli. Rifiutò. Tornò a Sulmona, dove finalmente ottiene qualche modesto riconoscimento: l’incarico  di assessore comunale e la presidenza di  una società operaia. Sollecitato dagli amici a presentarsi candidato per l’VIII legislatura alla Camera dei deputati, nel collegio di Popoli, non viene eletto. Potè vivere grazie all’ospitalità   di un amico vero, il dott. Giuseppe Di Rocco, che lo aveva già aiutato  durante la detenzione. Allora, per essere autorizzato a scrivergli, Serafini lo aveva fatto passare per un parente, lo chiamava zio. Nella  casa dell’ amico morì l’11 novembre del 1864, logorato   dalle sofferenze patite. Aveva  solo 47 anni. Serafini, al pari del Pellico, non era accusato di fatti di sangue. Il suo terribile crimine era  un sonetto anonimo e un manifestino  dal titolo “Protesta  del popolo napoletano”, stampato dalla locale tipografia Angeletti e affisso sulla porta di casa del sindaco. Il sonetto fu attributo a Serafini   dalla Gran Corte Speciale  e così ritennero tutti gli studiosi sulmonesi. Ma Croce sostenne, sulla base delle testimonianze che aveva potuto raccogliere, che era stato scritto da Leopoldo Dorrucci, un dotto sacerdote liberale. Se  Serafini, innocente,   non ha tradito un amico, anzi ha scontato per lui la pena, ancora più nobile è la sua figura. Scriveva, nel 1913, il  grande filosofo: “E’ trascorso quasi mezzo secolo dalla morte di Panfilo Serafini; ma il ricordo di lui, delle sue parole e azioni, di tutta la sua persona, è ancora così vivo e popolare tra i suoi concittadini  come se egli si  fosse dipartito da essi pur ieri. Il nome di Serafini si pronuncia con venerazione fra i paesani, con orgoglio  e vanto ai forestieri”. I sulmonesi di Filadelfia avevano raccolto il denaro  per ristampare le sue opere e per “porgli un monumento nella città natale”. La ristampa ci fu, ma non il monumento. Il suo corpo fu traslato molti anni dopo, nel 1881,   nella chiesa della SS. Annunziata.  Il suo ritratto  postumo è opera di  Teofilo Patini.  Il  pittore  era molto orgoglioso del personaggio e del suo dipinto, tanto da chiedere, con parole solenni,  che fosse “collocato in una delle migliori sale comunali perché il soggetto di questo mio quadro  è degno di un culto cittadino”.  Serafini è al centro, in piedi, austero e risoluto, la destra chiusa a pugno sul tavolo, la sinistra  regge un libro, la fronte è alta e prominente, lo sguardo, acuto e penetrante, guarda  lontano. E’ la  figura di un Padre della Patria. Dimenticato. Anche dal film, che  ricorda i suoi compagni ma non lui.</p>
<p>Ezio Pelino</p>
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		<title>Quel Maggiore inglese amico di  Ettore Troilo e dei partigiani abruzzesi</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Dec 2010 21:35:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ezio Pelino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ noto che la Brigata Maiella  fu una creatura di Ettore Troilo. Ma pochi conoscono chi credette nella sua impresa e si battè con il Comando inglese perché la riconoscesse e  sostenesse. Il maggiore Lionel Wigram. Tutti coloro che lo frequentarono  sono concordi nel dire che era un uomo straordinario. Di lui ci è rimasta una foto formato tessera che  lo mostra in divisa, pensoso, il volto da buono,  il sorriso appena accennato  dietro le lenti tonde cerchiate d’oro. Era  un avvocato londinese, non   un militare come lo volle la guerra. Aveva fatto buoni studi alla King Edward VII School di Sheffield e alla Oxford University. L’emergenza bellica  lo aveva portato ad insegnare  tattica per la fanteria nella Scuola di guerra  e , successivamente, era stato  promosso  istruttore capo. Era una persona schietta, semplice e, nel contempo,  eccezionale per quel senso di umanità, per quella apertura verso gli altri  che gli faceva superare le barriere linguistiche e culturali e le forti diffidenze nei confronti degli italiani, passati attraverso il   velleitarismo guerresco fascista,  il limbo badogliano, la  fuga del re, il crollo delle istituzioni, la spaccatura del Paese.  Lui va controcorrente, si fida degli italiani. Si fida di quei contadini, di quei pastori, di quegli studenti che odiano la guerra, che vogliono vivere in pace nella loro terra, che si ribellano alle vessazioni, alle razzie di bestiame,  agli eccidi tedeschi. Uno dei primi caduti del Corpo volontari  della Maiella, Donato Ricchiuti, di Lama dei Peligni, studente universitario, nel suo prezioso diario, parla di Wigram con entusiasmo, simpatia e commozione quasi filiale. Sono  le parole dei grandi momenti. Il Maggiore torna dal Castello Masciantonio di Casoli, sede del Quartier generale inglese, dove era andato, con Troilo,  a perorare la causa  italiana. La speranza si è realizzata. Il riconoscimento è stato ottenuto. Wigram porta l’annuncio: ”Sopraggiunse dopo non molto il maggiore inglese. Tornava dal comando di Casoli, i suoi occhi brillavano dietro i riflessi del fuoco sulle lenti incorniciate di oro. Era evidentemente soddisfatto. Ci strinse a tutti la mano, si congratulò, poi parlò:”Ragazzi, domani l’avanzata. Sono sicuro che ogni sforzo porrete per la riuscita di essa. E’ essa che dovrà condurvi alle vostre case; monconi di case, ma sempre vostri cari nidi d’infanzia&#8221;. Parlava il suo cuore. Era corsa voce che era figlio di madre abruzzese, per noi però era un fratello più che un comandante. Era il propugnatore, era la fede di tutti, vero cuore di patriota, grande figlio d’Inghilterra”.<br />
Ettore Troilo, riconoscente, scrive nella premessa del &#8216;Diario storico  della Brigata Maiella&#8217;: “<em>Nei primi mesi di gennaio, grazie al vivo e fattivo  interessamento del Maggiore inglese Wigram, ebbi la soddisfazione di poter finalmente organizzare e costituire il Corpo dei volontari della Maiella</em>”. Ha inizio così l’incredibile. L’avventura,  anzi l’epopea, di quel Corpo, che poi si chiamerà “Brigata Maiella”, che da Casoli risalirà l’Italia, accanto agli alleati,  oltre la linea Gustav, oltre la linea Gotica, per entrare per prima a Bologna.  I volontari non li unisce qualche ideologia.  Ma il tricolore e  la volontà di battersi per l’Italia. Vogliono vendicare i propri cari, difendere la loro terra, le loro case , sognano di costruire un Paese libero e nuovo. Una sola  opzione, di carattere istituzionale. Vogliono la Repubblica. Si rifiuteranno di giurare fedeltà al re,  ritenuto corresponsabile con Mussolini  del disastro dell’Italia. Per questo, non porteranno sul bavero le stellette ma le mostrine  tricolori e sul braccio lo scudetto in cui campeggia la Maiella. Il Maggiore, scrive lo storico Marco Patricelli, “era riuscito a fare qualcosa che andava oltre il rapporto gerarchico: aveva instaurato un rapporto umano”. Dopo alcuni scontri vittoriosi in zona, il Maggiore volle attaccare una postazione strategicamente molto importante, Pizzoferrato.  Dall’alto della sua rupe  si  domina la valle del Sangro e il passaggio per gli altipiani e per Sulmona. Chissà, forse  egli pensava  che  si sarebbe potuta così anche aprire la via verso Roma. Partono di notte, fra il 2 e il 3 febbraio ‘44. Sono quasi un centinaio gli italiani, venticinque gli inglesi. Sarà una disfatta. Terribile. Il primo a cadere sarà proprio Wigram. Colti di sorpresa, all’intimazione di resa, alcuni tedeschi  alzano le mani , ma uno  spara colpendo il Maggiore, che prima di morire si preoccupa di dare le ultime disposizioni. Cadono sul campo 13 partigiani, 7 sono feriti, 13 vengono fatti  prigionieri. Due i morti inglesi e un ferito. I tedeschi, pur vincitori, accusano  20 morti. Difficile ricostruire  puntigliosamente le fasi della  battaglia e ancor più difficile individuare gli errori. Gli esperti di cose militari hanno attribuito al Maggiore  improvvisazione, sottovalutazione delle forze nemiche, e  altro ancora. Ma non c’è dubbio che la sua morte  repentina ha deciso le sorti dello scontro. E  certamente di questo non può essere rimproverato. L’ufficiale, venuto settanta anni fa dall’Inghilterra, per restituirci la libertà, non è più tornato in patria. Riposa nel verde cimitero militare canadese  di Ortona, accanto al mare Adriatico. La sua patria sarà, per sempre, l’Italia. Aveva  solo 38 anni, quel giorno della morte era il suo compleanno.</p>
<p>Ezio Pelino</p>
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		<title>Un grande abruzzese di adozione</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 21:56:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ezio Pelino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Carlo Azeglio Ciampi è livornese, ma  abruzzese di adozione. I mesi trascorsi a Scanno dopo l’armistizio dell’8 settembre ‘43, l’ospitalità  che trovò fra la gente d’Abruzzo hanno lasciato un’impronta  molto profonda nella sua anima. Il Presidente, insieme a Pertini, il più amato dagli italiani, lo ricorda  spesso. Non c’è un suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Carlo Azeglio Ciampi è livornese, ma  abruzzese di adozione. I mesi trascorsi a Scanno dopo l’armistizio dell’8 settembre ‘43, l’ospitalità  che trovò fra la gente d’Abruzzo hanno lasciato un’impronta  molto profonda nella sua anima. Il Presidente, insieme a Pertini, il più amato dagli italiani, lo ricorda  spesso. Non c’è un suo libro o una sua conversazione sulla guerra in cui non ricordi la generosità e la lealtà degli abruzzesi. Dopo quasi settant’anni da quei terribili giorni la sua riconoscenza  è rimasta intatta. La dedica   del suo   libro  “La libertà delle minoranze religiose”, Il Mulino, 2009, è  una dichiarazione d’amore alla sua patria che gli ha dato i natali e a quella che lo ha accolto: «Al mare di Livorno, di cui sono figlio. Alle montagne d’Abruzzo, che mi hanno adottato». Dice “adottato”, la parola più forte del nostro vocabolario  per designare l’accoglienza e l’ ospitalità. Si adotta, infatti, un figlio.  Così si sentì in Abruzzo il giovane sottotenente. La stessa espressione ritorna nel  libro “Da Livorno al Quirinale”, Il Mulino, 2010. Al giornalista Arrigo Levi che gli domanda perché Scanno gli è rimasta nel cuore, risponde : “ a Scanno sapevano chi eravamo, che io ero un ufficialetto renitente alla leva della Repubblica di Salò; che Sadun [un suo amico di scuola] era un ebreo. Vi erano altri giovani di varie nazionalità, anche slavi. A Scanno ci ospitarono, ci dettero da mangiare, il poco che c’era da mangiare. Ricordo che un giorno camminando per strada, si aprì  una finestra e una vecchietta mi dette un pezzo di pane e un pezzo di salame. Arrivammo a fare letteralmente la fame, perché non c’era più niente. Ad un certo punto mangiavamo le rape che si danno alle pecore, arrostite su una stufa. Ci fu da parte della cittadinanza una lealtà piena nel non denunciarci ai tedeschi, e nel condividere con noi “il pane che non c’era”. Per questo  è rimasto in me un profondo sentimento di riconoscenza per questa popolazione che mi ha adottato”. E Ciampi ne sottolinea la generosità innata, la inclinazione naturale ad aiutare le persone in pericolo, come i prigionieri alleati usciti dai campi di concentramento. In quei mesi di sbandamento generale, di caduta di ogni valore e di ogni certezza, nell’assenza di riferimenti istituzionali,  il giovane Ciampi   accelerava il processo di maturazione della sua coscienza civile e politica. La sorte lo aiutò, facendogli ritrovare, nel suo rifugio di Scanno, l’antico professore della Normale di Pisa, Guido Calogero, condannatovi al confino perché antifascista. Il filosofo,   durante le conversazioni quasi quotidiane,  gli insegnò «come il principio cristiano dell’amore verso il prossimo si inverasse nel rispetto pieno, incondizionato, dell’alterità, presupposto di ogni libertà, civile, politica, religiosa». La sua educazione di credente laico e di liberal-democratico si andava così consolidando  per la vita. Anche nell’ultima sua fatica, “Non è il paese che sognavo”, Il Saggiatore, 2010,  nel fare un bilancio , fra speranze e delusioni,  con l’editorialista del “Sole 24 ore”, Alberto Orioli, dei 150 anni dell’unità d’Italia, non può fare a meno di riandare al periodo  scannese, che  segnò il tempo della scelta definitiva. Scelta di dignità e di coscienza: renitenza alla leva della Repubblica fascista di Salò, alleata e succube della Germania di Hitler, adesione  agli ideali risorgimentali maturati in famiglia e alla Normale. L’8 settembre, ribadisce Ciampi, “non fu la morte della Patria  come si è detto a lungo, ma la rinascita della Patria  nel cuore degli italiani”. Volle raggiungere il suo IX reggimento Autieri a Bari, che aveva ripreso a combattere accanto agli alleati. Il suo Maestro, Calogero, gli aveva affidato anche una missione: portare il suo manoscritto del “Catechismo liberalsocialista del Partito d’azione” a Tommaso Fiore, per la pubblicazione dalla Laterza. Dovette valicare la Maiella , il 24 marzo del ’44,  con una trentina di giovani, fra cui molti prigionieri alleati, in piena tormenta di neve. Una delle tante “traversate”, come venivano chiamate, che , guidate da  pastori o da cacciatori, partivano da Sulmona e attraverso il massiccio montuoso raggiungevano le terre liberate del sud. Meno di  due settimane  prima,  un altro gruppo era stato intercettato e mitragliato dai tedeschi e i superstiti erano stati fatti prigionieri. Il gruppo di Ciampi, perse per strada alcuni compagni stremati da freddo e fatica. Finalmente,  a Torricella Peligna, deserta e completamente distrutta, furono individuati da un gruppo di gurkha indiani,  mentre  arrivava   una pattuglia di volontari italiani,  il  primo nucleo della futura Brigata Maiella, che li aveva visti scendere dalla montagna.  Su quell’avventura, a suo tempo, Ciampi a scrisse un diario che donò, nel 2001,  in occasione della prima rievocazione di quelle epiche traversate, al liceo scientifico di Sulmona, allora laboratorio di ricerche storiche sulla resistenza. Il diario fu inserito nel libro scritto dallo stesso liceo dal titolo “Il sentiero della libertà”, 2003, Laterza. La prima marcia rievocativa, che fu solennizzata dall’intervento dello stesso Presidente della Repubblica, ha dato inizio ad una tradizione, tanto che quella prossima, a primavera, sarà la XI edizione.</p>
<p><em>Ezio Pelino</em><br />
Sulmona</p>
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		<title>Il Sentiero della libertà ha compiuto dieci anni</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 16:44:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ezio Pelino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il “Sentiero della libertà” ha compiuto dieci anni. Lo ricordiamo bene quel giorno festoso e solenne del 17 maggio del 2001. La piazza piena di gente, giovani, meno giovani e vecchi di varie nazionalità, italiani ed ex-prigionieri inglesi, canadesi, sudafricani, neozelandesi. E, sul palco,  il Presidente della Repubblica  Carlo Azeglio Ciampi. Era tornato  nella terra che lo aveva accolto fuggiasco, disobbediente all’arruolamento fascista della Repubblica di Salò. Dal 1957  Sulmona non riceveva la visita di un Capo dello stato. Se la visita di Gronchi era legata al Bimillenario ovidiano, quella di Ciampi aveva tutt’altra storia. Egli veniva a ricordare e ad inaugurare  quel sentiero che, nel marzo del ’44, aveva percorso, con una sessantina di ardimentosi,  per ricongiungersi al suo reparto e partecipare alla liberazione dell’Italia. Era il sentiero dei prigionieri alleati e di coloro che fuggivano l’oppressione nazista e cercavano  un oggi e un domani libero e diverso. E il Presidente  ricordò: “Anch’io fui uno di loro. Lasciai Sulmona, lasciai coloro che mi avevano accolto come un fratello, la sera del 24 marzo del 1944. In quelle giornate, in quei mesi di tragedia e di gloria, le popolazioni di queste regioni  diedero prova di straordinario eroismo e di grande spirito umanitario. In verità i sentieri della libertà  attraversarono tutta l’Italia, da nord a sud, di montagna in montagna, di casolare in casolare, percorsi da migliaia di uomini e donne”. Per tutti i nove mesi dell’occupazione tedesca, dal  settembre del ‘43 al  maggio del 44,   il sentiero  della Maiella portava al sud liberato. Mentre nel giugno quello stesso sentiero veniva risalito dalla “Banda patrioti della Maiella”, il  nucleo originario di quella  che poi si chiamò “Brigata”, per  liberare Sulmona e la Valle Peligna. E’ per questo, per ricordare e onorare quel Corpo straordinario di volontari,  che quest’anno, in occasione del decennale si è voluto invertire la direzione di marcia: partire da Casoli per raggiungere Sulmona. Anche quest’anno , il 23 aprile, centinaia di giovani e meno giovani si metteranno in cammino.  Attraverso la Maiella. A piedi, con lo zaino in spalla, dentro l’epopea degli uomini, dentro la storia. Sui passi di coloro che fuggivano dalle terre  d’Abruzzo divenute “straniere”. Bisognava attraversare il micidiale fuoco della linea Gustav. Le chiamavano le “traversate”. Solitamente li guidavano  pastori e cacciatori  che conoscevano la montagna. Ma che  non potevano evitare le insidie più terribili , quelle dei  tedeschi che presidiavano i valichi. Molti, comprese le guide, finivano a volte  prigionieri e deportati in Germania. Sull’avventura della traversata, Ciampi ha scritto un diario prezioso ed unico. Racconta di uomini malvestiti e male attrezzati, delle sue scarpe sdrucite, di  una terribile tormenta di neve, delle stesse guide disorientate, di compagni esausti persi per strada,   dell’amico sfinito che chiede di essere lasciato sulla neve. Il sottotenente Ciampi ha avuto un incarico importante: consegnare alla Laterza un  manoscritto sul liberal-socialismo del suo amico filosofo Guido Calogero, “confinato” a Scanno. Lo porta  nascosto nei calzettoni. L’apparire di un turbante  sarà il segnale della salvezza. E’  di un ufficiale indiano. Radio Londra annunciò la riuscita della spedizione con la frase in codice “Una stella sulla Maiella”. Ma l’avventura di Ciampi  non era finita: gli inglesi, a causa di un timbro tedesco sul passaporto,   sospettano che sia   una spia. Il sentiero racconta tante altre storie.  Una pietra al valico del Guado di Coccia ricorda un eroe solitario, il tenente dell’aeronautica, Ettore De Corti, ucciso dai tedeschi  perché reagì sparando con la pistola ad una pattuglia tedesca, mentre i compagni fuggirono e qualcuno, poi,  inventò  una banda armata  mai esistita.</p>
<p>A Taranta Peligna, il sacrario testimonia l’ incredibile storia della Brigata Maiella, che non si limitò a  combattere per L’Abruzzo, ma proseguì la sua missione risorgimentale fino a Bologna. Il sentiero della libertà, che , come una tradizione,  si ripercorre ogni anno, ha il sapore di una favola, di un sogno, di un’ utopia. Sia detto senza retorica, ci si ritrova affratellati, di generazioni diverse, di nazionalità, di culture  diverse per rivivere quella realtà che nella drammaticità della guerra  “ si stabilì fra italiani ed evasi in nome di oppressi e sofferenti, di violentati ed offesi che rianelavano alla libertà e alla vita”.  Scrive Silone che lo  scrittore sudafricano Uys Krige  &#8211; reduce del campo 78 di Fonte d’Amore, e autore del libro “Libertà sulla Maiella” &#8211;  gli parlò “con le lacrime agli occhi dei pastori di Roccacasale, di Campo di Giove, di Castel Verrino, di Pietrabbondante, di Cupello. Egli non esitava ad affermare che il tempo passato fra essi era il più bello della sua vita, avendo allora intravisto, per la prima volta, la possibilità di relazioni umane assolutamente pure e disinteressate”.</p>
<p>Ezio Pelino</p>
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		<title>La storia dimenticata</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 14:48:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ezio Pelino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Abruzzo non fu durante il fascismo, come solitamente si ritiene, un’isola felice. Nel corso del 1922,  anche nella nostra regione si scatenò una serie crescente  di violenze. Accoltellamenti,  uccisioni, occupazione di paesi a mano armata, attacchi alle Camere del lavoro,  attentati  ai tralicci. Ma il vertice della ferocia si raggiunse a Sulmona. Non ci si limitò ad uccidere, ma si infierì sulla vittima. Una storia ormai caduta nel più totale oblio e di cui resta una scarna documentazione.  </p>
<p>Francesco Pantaleo era un sarto di 33 anni, un onesto lavoratore, sposato e con figli. Aveva un solo torto, era socialista. Il 2 agosto del 1922, all’imbrunire, di ritorno da una passeggiata in campagna con gli amici, passava vicino alla “Fontana del Vecchio”, il cosiddetto “Vaschione”, dove sostava  un gruppo di fascisti in camicia nera. Li capeggiava un giovane barone, Domenico Tabassi, un pregiudicato. Con sentenza  del 4 agosto 1923,  era stato accusato  “di lesioni e  sparo d’arma in luogo abitato” e di “porto d’arma senza licenza”,  in stato di “ubriachezza volontaria”  durante una partita  a carte in un caffè cittadino. Il settimanale “La riscossa d’Abruzzo”, del 20 maggio ’22,  precisa che aveva sparato due colpi di revolver, “uno contro l’avversario col quale era venuto a diverbio, ed  uno contro un carabiniere che si era avvicinato per compiere il suo dovere”. Il giornale si indigna per il trattamento compiacente  delle autorità: ”non era munito di porto d’arma, né l’arma era stata denunciata. Dopo venti ore dall’arresto è stato scarcerato!”. Condannato in prima istanza a sei mesi e giorni tre di reclusione, commutati in mesi tre e, infine, con il regime fascista al potere, amnistiato. </p>
<p>“La riscossa d’Abruzzo”, del 12 agosto ’22, nel dare notizia di uno sciopero, lamenta che ”l’unico incidente  è stato l’assassinio del sarto Francesco Pantaleo, ex combattente e socialista, pugnalato dal fascista Domenico Tabassi fu Annibale. Il fascista già tante volte protetto dalla P.S. è latitante. Al povero ucciso furono persino proibiti i funerali, e la  pubblica opinione ne è rimasta indignatissima”. Oltre un quarantennio dopo,  Gisfrido Venzo, su “Abruzzo nuovo” del 1-15 agosto 1966, ricostruisce l’accaduto sulla base delle dichiarazioni di un testimone oculare. Il pretesto  sarebbe stata una banale cravatta a farfalla portata dalla vittima. Il barone brandendo un pugnale  si scagliava contro il giovane sarto e glielo  conficcava nel fianco. Grondando sangue  la vittima raggiungeva l’ospedale, allora vicino, al palazzo dell’Annunziata. Vi muore qualche ora dopo.  I carabinieri invece di acciuffare l’assassino,  si presentarono in ospedale per arrestare la vittima, mentre soldati e carabinieri  pattugliavano in assetto di guerra il rione dove Pantaleo abitava. Ma la persecuzione era solo all’inizio. Con le tenebre si  rappresentava una  scena  barbarica. Verso le due di notte, riferisce ancora Venzo, una squadraccia fascista, minacciando il guardiano dell’obitorio, si impadroniva della salma e la trasportava al cimitero al canto di inni  turpi e osceni. </p>
<p>Divenuto tacitamente martire dell’antifascismo, cominciarono a comparire sulla sua tomba mazzi di garofani  rossi, che i fascisti, ora al potere, si affrettavano  a togliere. Si arrivò al punto che undici anni dopo, il 24 marzo 1933, il podestà, Guido Bellei emanò un’ordinanza. Vergognosa. Prendendo a pretesto la mancata richiesta di autorizzazione dell’epigrafe sulla  tomba, la faceva rimuovere, sostenendo che non poteva più “tollerarsi un simile sconcio”  che “suonava offesa ai fascisti”. Un pretesto, perché l’epigrafe parlava genericamente di  morte per ”mano assassina”. Ma la persecuzione nei confronti dei resti del sarto socialista non era ancora finita. Durante la guerra  la salma fu trafugata. E non si è mai saputo dove sia finita. Scomparsa. I parenti non riescono ancora a rimarginare quell’antica ferita.  </p>
<p>Finalmente il Comune,  nell’aprile del 1945, provvide  a dedicare a Francesco Pantaleo  la via già denominata “Posta Vecchia”. Con la stessa cerimonia  si dedicavano altre strade  ai grandi dell’antifascismo,  da Tresca a Gramsci, Matteotti, Don Minzoni, Roosevelt, e tanti altri, rivoluzionando la toponomastica cittadina. Il barone assassino  non  ha passato in galera nemmeno un giorno. Amnistiato, con sentenza del 27 dicembre 1922 della Corte d’Appello de L’Aquila, perchè il delitto era stato commesso “per un fine nazionale immediato  e mediato e non già per motivi esclusivamente personali”. D’altra parte,  la morte “non sarebbe sopravvenuta senza il concorso di condizioni preesistenti (?) ignote ad esso Tabassi”. Fu gratificato con  un impiego  al Comune di Sulmona, che conservò anche dopo il ritorno della democrazia. Processato e condannato nel 1947, fu nuovamente amnistiato. </p>
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		<title>Sulle ali della memoria</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 10:56:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ezio Pelino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Sulle ali della memoria”. Il nuovo libro della collana sulla Brigata Maiella
E’ piuttosto raro  che i politici mantengano  promesse e   propositi e perseverino nel realizzarli. Suscita per questo ammirazione l’Amministrazione provinciale dell’Aquila che ha preso l’iniziativa di curare una collana  editoriale di testimonianze dei protagonisti della Brigata Maiella e  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>“Sulle ali della memoria”. Il nuovo libro della collana sulla Brigata Maiella</strong></p>
<p>E’ piuttosto raro  che i politici mantengano  promesse e   propositi e perseverino nel realizzarli. Suscita per questo ammirazione l’Amministrazione provinciale dell’Aquila che ha preso l’iniziativa di curare una collana  editoriale di testimonianze dei protagonisti della Brigata Maiella e  che ogni  anno puntualmente dà alla luce un nuovo libro di memorie. La presidente Stefania Pezzopane, avendo compreso la specificità tutta abruzzese della Brigata Maiella, ha voluto che il ricordo di quegli uomini e della loro singolare esperienza  non andasse  disperso. Si tratta , infatti, dell’ unica formazione partigiana che non si è limitata a combattere  per la liberazione del  proprio territorio, ma ha proseguito la sua missione accanto agli Alleati risalendo la Penisola, paese dopo paese, battaglia dopo battaglia, fino a Bologna. L’unica formazione a non essersi caratterizzata per il colore politico, come le pur gloriose  formazioni comuniste, socialiste,  mazziniane,  cattoliche. Ebbe una sola connotazione, di carattere istituzionale: era  repubblicana ed antimonarchica, tanto da rifiutare il rituale “saluto al re”, ritenendo quest’ultimo complice  del fascismo e corresponsabile della disastrosa guerra. Anche  i  simboli  la facevano diversa. Esibiva sul bavero,  al posto delle stellette, le mostrine tricolori e sul braccio lo scudetto su cui campeggiava la Maiella innevata, sullo sfondo azzurro del cielo.  E’ stata, infine,  l’unica unità partigiana ad essere  insignita della medaglia d’oro al valor militare. Nel triennio 2006-2008 sono state pubblicate le memorie dei reduci Marcello Liberatore, del  più giovane membro della Brigata, Ennio Pantaleo, e di Giovani Ricottilli. Nel 2009 avrebbe dovuto vedere la luce  il libro del tenente Gilberto Malvestuto. Ma in quell’ anno  di morte e distruzione, il sisma non ha risparmiato nemmeno il  libro che, pronto per la presentazione in occasione del 25 aprile 2009, è finito  sotto le macerie di un palazzo della dannata via XX Settembre. Anche la tipografia GTE , che curava la collana, è rimasta danneggiata, tanto che la ristampa è stata affidata ad un’ altra tipografia, la Fabiani Stampatori. Ma sono andate perdute le numerose fotografie di guerra che lo arricchivano.  Il libro di Gilberto Malvestuto è prezioso anche perché riproduce in gran parte, cioè fino al febbraio del 1945,  il suo diario di guerra. Il  racconto, quindi, conserva la freschezza e la suggestione propria della cronaca diretta. E la guerra vi è narrata quasi giorno per giorno. C’è   la morte, la fame, la sporcizia, i pidocchi, il freddo, la pioggia, il fango, la stanchezza, la nostalgia dei luoghi e delle persone care. C’è l’eroismo, la “follia” di quei giovani volontari che rischiano la vita per un ideale patriottico, un ideale risorgimentale, che oggi , purtroppo, appare molto appannato. Si dorme in case private offerte generosamente dalla popolazione. Ma si dorme anche, e forse più spesso, nelle stalle, nelle mangiatoie , come Gesù Bambino. Solo uno stralcio del diario: “ Giorno 11 (dicembre) a riposo per alcuni giorni a Brisighella. Doccia  fredda e cambio di abiti dopo ben ventinove giorni senza spogliarsi mai. Il 16 dic. 44 conquista di Monte Mauro, dove cade eroicamente  combattendo alla testa  dei suoi uomini il Capitano dott. Mario Tradardi, sostituto procuratore del Re presso il Tribunale dell’Aquila.[…] Il 18  dicembre partecipo ai funerali del Giudice  Tradardi, portandone il feretro a spalle con altri tre ufficiali della Majella dalla Chiesa del Suffragio di Brisighella. Il 20 torno al fronte, in linea a casa Crivellari. Qui la notte sul 21 il 3° plotone della 2^ Compagnia è attaccato ed accerchiato dai tedeschi. Mio intervento  alle 10 del 21 con le mitraglie poste ai Crivellari per spezzare il cerchio nemico. Nebbia fitta e piovigginosa. Sotto la pioggia in postazione. I tedeschi ci contrattaccano con i micidiali “spandao”. Con una pattuglia della 2^ Compagnia, il 3° plotone si sgancia con tre feriti.” Vengono rinvenuti tredici tedeschi morti, si provvede alla loro sepoltura. “La notte sul 21  sempre in piedi in postazione e sempre in allarme vicino al telefono da campo. La sera del 21 alle ore 19, cambio con i cinesi ed indiani che prendono le nostre posizioni. Verso le  ore 22 raggiungo, attraverso Monte Mauro con venti centimetri di fango e grandi fossi e ripide discese, la Villa Spada con i miei mitraglieri e i mortaisti”. E così, puntuale, quasi minuto per minuto, procede la sua cronaca di guerra. Quando liberano un paese, c’è  la popolazione che li accoglie, li “ospita con affetto” e “ammirazione” e offre loro “ristoro e conforto”. Si tengono , nelle case,  persino feste danzanti, e vi vengono “ invitati con intenso calore”. Ma il diario di Gilberto è anche una testimonianza d’amore per la sua fidanzata, conosciuta sui banchi di scuola. Sono pagine struggenti in cui lo assale la nostalgia per la sua città,  per la mamma e, soprattutto, per la sua Leda, un amore profondo che lo  accompagnerà per tutta la vita. Festoso, trionfale, commovente è l’ingresso in Bologna liberata. La Maiella è fra le prime formazioni ad entrare e Gilberto è in testa alla Brigata. Una folla enorme. Si fa fatica a farsi strada. “Dalle finestre e dai balconi migliaia di bandiere e drappi tricolori sventolano al vento di primavera” mentre migliaia di volantini che inneggiano alla Resistenza e alla libertà “coprono il cielo”. La gente piange anche, mentre una ragazza, fendendo la folla lo raggiunge di corsa e lo stringe forte a sé e poi gli dice: “Grazie, tenente”. Lo bacia a lungo e poi scompare, mentre suona  per la prima volta dopo tanto tempo il campanone del capitano del popolo.</p>
<p>Ezio Pelino</p>
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		<title>Quella volta il sentiero della libertà finì in tragedia, parla l’ultimo testimone</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 00:50:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ezio Pelino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi confessa che  avrebbe voluto incontrare Carlo Azeglio Ciampi quando, il 17 maggio 2001, il Presidente era tornato a Sulmona, accolto da una piazza  straripante di gente  festosa, per la prima rievocazione di quel “Sentiero della libertà” che egli aveva percorso da giovane per ricongiungersi al Corpo di Liberazione nazionale. Ma si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mi confessa che  avrebbe voluto incontrare Carlo Azeglio Ciampi quando, il 17 maggio 2001, il Presidente era tornato a Sulmona, accolto da una piazza  straripante di gente  festosa, per la prima rievocazione di quel “Sentiero della libertà” che egli aveva percorso da giovane per ricongiungersi al Corpo di Liberazione nazionale. Ma si dispiaceva ancora,  un ictus , proprio il giorno prima, lo aveva fatto ricoverare in ospedale.  Mario Colangelo, di Bugnara,  è l’ultimo, o  uno degli ultimi testimoni,  di quelle  epiche  traversate. Il suo gruppo partì  l’11 marzo del 1944, tredici giorni prima del gruppo di Ciampi e del suo amico sulmonese Carlo Autiero. Mario aveva solo 18 anni, era un bracciante. I fascisti e i tedeschi  spadroneggiavano in paese, requisivano animali e mezzi, svaligiavano case, insidiavano le donne. L’unica autorità positiva è il parroco che cerca di mitigare la brutalità degli occupanti. Anche  se cappellano centurione della Milizia, organizza le traversate della Maiella, tanto che  per questa attività verrà  arrestato dai tedeschi. Anche Ciampi e Guido Calogero frequentavano la canonica per organizzare la loro traversata. Venivano da  Scanno  dove il  filosofo era al “confino” perché antifascista. Una volta per sfuggire ad una incursione dei tedeschi, il parroco  li fece uscire di corsa da una porta secondaria. Mario si appassiona nel ricordare quei tempi di barbarie. Voleva fuggire da quel clima oppressivo, dai rastrellamenti, dalla fame, cercava nelle terre liberate una possibilità di vita libera e di lavoro. Racconta  che quando partirono erano un piccolo gruppo, ma lungo la strada se ne aggiungevano altri. Tanti. Quando presero a salire  la montagna, erano due-trecento. Lui stava con il gruppo dei paesani, ma seppe che con loro c’erano anche prigionieri alleati fuggiaschi. Li accompagnava una delle guide più attive di quelle spedizioni avventurose, Domenico Silvestri di Cantone (cfr. “Spaghetti e filo spinato”, trad. Liceo scientifico Sulmona, 2002). Era sera, intorno alle 20, quando nel buio, silenziosamente, lasciarono il  paese. Si avviarono verso la contrada Mastroiacovo. Ai piedi di  Pacentro presero a salire in fila indiana. Si parlava poco, ognuno era assorto nei suoi pensieri, che andavano alla famiglia, all’incognita dell’intrapresa. E poi bisognava risparmiare le energie. La destinazione era  Fara S. Martino. In montagna trovarono la neve, ma non era alta, mentre la nebbia era molto fitta. Non sa  perchè  non raggiunsero  Fara, forse si smarrirono per la neve, che aveva preso a fioccare,  per la nebbia e il buio: seguivano gli altri come fantasmi, muti, senza chiedere spiegazioni. Scesero molto prima di Fara, per il vallone che porta a Lettopalena. E qui si accorsero che erano  in trappola, che erano finiti nelle mani del nemico. Attraverso la nebbia, si intravedevano ai due lati del vallone le postazioni tedesche. Il silenzio si fece glaciale. Anche da parte tedesca silenzio assoluto, nessuna reazione. Che fare? Continuarono a scendere. Raggiunsero la strada. Guadarono un fiume, l’Aventino. Presero a salire per Lettopalena. Ma anche qui altre postazioni nemiche. Quando  raggiunsero dei grandi massi, proprio sotto Lettopalena,  si scatenò l’inferno. I tedeschi, da ogni lato, presero a sparare con le mitragliatrici. Chi scappava, chi si riparava dietro i massi, chi rispondeva al fuoco, alcuni  italiani erano infatti armati. Molti saltarono sulle mine  dei campi minati. All’inferno tedesco si aggiunse il fuoco incrociato degli inglesi che erano nelle vicinanze. Chi può dire il numero  dei morti e dei feriti? Mario si salvò  facendosi scudo con una roccia. Fu fatto prigioniero.  Nel tardo pomeriggio del 12 marzo, dopo  oltre venti ore dalla partenza, si ritrovava con un centinaio di prigionieri in uno stanzone,  a Palena. I tedeschi li mettano in riga e li contano . Uno ogni dieci viene fatto uscire dalla riga. Vengono presi dal terrore: è la decimazione. No, sono solo sadici, si divertono. Ora sono in marcia. Solo un tozzo di pane duro tedesco nello stomaco. Attraverso la Forchetta di Palena, raggiungono Rocca Pia, dove sostano per una sola notte. Si riparte per il campo di concentramento  di Fonte d’Amore. Vi rimangono una settimana.  Con i camion  vengono trasportati  alle carceri giudiziarie di  S. Agostino, a Teramo. Qui, sono  prigionieri anche Mario Scocco, Alfredo Guadagnoli, Amedeo Liberatore, i fratelli Madrigale, Vincenzo Celeste,  Gino Ranalli e altri, di Sulmona. Dopo tre mesi di reclusione, le stesse guardie fasciste &#8211; ormai i tedeschi stanno per ripiegare sulla linea Gotica &#8211; li fanno fuggire e fuggono anche loro. Ma l’odissea di Mario non è finita. Deve mettersi in cammino per tornare al suo paese. Da Teramo fino a Montorio al Vomano, di collina in collina, trovano  presidi partigiani, ma la loro protezione te la devi  guadagnare  superando la loro diffidenza. I contadini non ti negano un pezzo di pane. Anzi. Uno lo salva da una pattuglia tedesca dandogli prontamente una falce che lo fa apparire un tranquillo lavoratore. Dall’alto delle colline vedono spesso carovane tedesche in ritirata. A Popoli, un incontro incredibile, che gli allarga il cuore: sono i camion dei bersaglieri e  su uno di essi riconosce il   compaesano Pasquale Nolfi. Ormai è a casa. E’ salvo. Ancora una ventina di chilometri, una passeggiata. </p>
<p>Ezio Pelino</p>
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		<title>Lo sterminio di Pietransieri</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Nov 2009 21:12:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ezio Pelino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ora ricorre il giorno di quel 21 novembre  1943, quando  tutta la popolazione di Pietransieri  che non era riparata alla “macchia”,  donne, vecchi  e bambini  anche di pochi mesi, venne sterminata dai tedeschi. Nel mucchio di cadaveri,  solo una bambina si salvò. La madre le aveva fatto scudo con il suo corpo. In occasione delle ricorrenze della strage,  personaggi importanti della politica nazionale hanno rievocato quella tragedia razionalmente inspiegabile e moralmente repellente, da Saragat a Spadolini,  da Scalfaro, a Veltroni, a Mancino. Ma  le semplici, povere pagine di Italo Oddis, guardia comunale della piccola frazione,  restano le più vere e toccanti,  testimoniano del  dolore straziante di un padre e di un marito, costituiscono un  documento straordinario, storico e umano. Egli ha visto con i suoi occhi la scena della  tragedia che si è consumata da poco. Ha saputo da un paesano  di cadaveri buttati davanti ad un casolare. Si precipita sul posto: “Era buio e nebbioso e nel casolare  non vidi nessuno; allora uscii fuori mi girai intorno ed ecco che ad una trentina di metri dal casolare vidi uno spettacolo orrendo; tutti i cadaveri riversati a terra a forma di cerchio intorno ad un tronco di albero che non esisteva più, bruciato dallo scoppio di una mina. Piangevo ed il cuore mi diventò di pietra, le gambe mi tremavano ed affannosamente cercavo i miei, ma non riuscivo a trovarli in quanto era molto buio.” Sopraggiungono alcuni degli uomini che erano alla macchia. Con il   lume di uno di loro, Oddis riesce a riconoscere il figlio Evaldo,  in ginocchio con gli occhi aperti,  lo sguardo rivolto verso l’alto.  “Gli presi la testa fra le mani, pareva volesse dirmi qualcosa ma una pallottola gli aveva forato la tempia; l’abbracciai, lo baciai e ribaciai e lo stesi poco lontano dal cerchio; poi presi mia moglie e la misi accanto a lui.  L’altro mio piccolo bambino, Orlando, era sotto la madre in una pozza di sangue; presi anche lui e lo  stesi vicino alla madre e al fratello. Non mi usciva più una lacrima e tutti pensavano di dare sepoltura ai cadaveri.” Il casolare antistante, che era pieno di foraggio, si incendia e illumina tutta la zona.  “Uno spettacolo indescrivibile”. In quel momento sentono che   tornano  “i  tedeschi da tutti i lati sparando come pazzi”. Si danno alla fuga a valle, “ma prima di allontanarmi riabbracciai di nuovo mia moglie e i miei figli e li baciai imbrattandomi di quel mio stesso sangue.” Oddis racconta  dei morti rimasti insepolti per quattro mesi, non fu possibile, infatti, dare loro sepoltura perchè il manto pietoso della neve li aveva ricoperti. Che i cannoni inglesi continuarono a martellare la zona e un elicottero a sorvolare tutti i tutti i giorni  la Valle del Sangro e la terra di nessuno. Solo nella  seconda quindicina  del mese di aprile, di notte, con tre amici,  mentre uno di loro  fa da sentinella per prevenire l’arrivo dei tedeschi, scavano una lunga fossa. Lavorano  per otto notti.  Depongono i morti l’uno accanto all’altro, li coprono  con  “stracci di lenzuola” e con le tavole bruciacchiate del tetto della masseria, quindi li ricoprono con la terra.  Solo dopo aver sepolto tutte le salme,   fuggono ad Ateleta, liberata dagli alleati.</p>
<p>Ezio Pelino</p>
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